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A volte ci ricascano: quando la disabilità diventa insulto


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Lo scorso settembre aveva suscitato grande sconcerto, e molteplici polemiche, l’infelice (tanto per usare un eufemismo) uscita del Direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio il quale, ribattendo al Senatore Gianrico Carofiglio durante la trasmissione Otto e mezzo (condotta da Lilli Gruber e in cui Travaglio è spesso ospite), lo accusava di ritenere gli elettori del Movimento Cinque Stelle dei “mongoloidi”. Qualche giorno fa anche il centrocampista della Juventus Stefano Sturaro, provocato da un utente di Instagram, ha risposto in malo modo apostrofandolo come “gomorra” e “ritardato”, scatenando reazioni indignate sugli organi di informazione e in rete da parte di associazioni e privati cittadini.

Premettendo che entrambi i fatti sono gravissimi e da condannare, ritengo sia opportuno fare un distinguo tra giornalista e calciatore, titolari di ruoli sociali diversi ma non per questo in contrasto. Il dovere del giornalista è quello di informare, attenendosi ai fatti e rispettando il codice deontologico, i cittadini. I calciatori, pur avendo una visibilità planetaria aumentata esponenzialmente con la diffusione dei social network, non hanno questo vincolo professionale; nel caso specifico di Sturaro, l’aver preso parte ad attività della squadra di calcio Insuperabili rappresenta comunque un’aggravante. Alla luce di questa riflessione, la responsabilità del giornalista è ancora maggiore perché, culturalmente, a lui dovrebbe essere richiesta un’attenzione maggiore nel dosaggio delle parole. Recentemente ho partecipato a un convegno organizzato dall’Università di Padova e dalla ONLUS Fiaba su disabilità e informazione, avendo la sfortuna di assistere ad un vero e proprio attacco da parte di giornaliste e giornalisti dei media generalisti nei confronti dell’amica e collega Francesca Martin di www.disabili.com, autrice di un intervento legato alla necessità di munirsi di un vocabolario adeguato quando si trattano temi specifici come, appunto, la disabilità. Credo che, umanamente e deontologicamente, siano sopratutto i giornalisti e gli operatori della comunicazione a dover evolvere verso una consapevolezza e una sensibilità maggiori: in questo un ruolo fondamentale di promozione può essere svolto sia dall’Ordine Nazionale che da quelli Regionali, magari organizzando con sempre maggiore frequenza convegni e seminari riconosciuti con crediti per la formazione continua.

Volendo essere provocatorio (e un tantino paternalistico) consiglierei a Travaglio di prendere parte a una delle giornate di formazione su disabilità e giornalismo e a Sturaro di fare volontariato per qualche mese proprio alla scuola calcio di Insuperabili a Torino. Al di là dei giudizi personali sui protagonisti e sui due casi specifici, comunque, a sollevare (giustamente) le maggiori discussioni è il cattivo vizio di utilizzare terminologie inadeguate e obsolete legate alla disabilità fisico/motoria e intellettivo/relazionale come mongoloide, ritardato, storpio, zoppo, per insultare persone o categorie di persone. Questo è un problema culturale che affligge ambienti e personalità pubbliche così come la gente comune nella vita di tutti i giorni: quante volte avete sentito, in un litigio tra automobilisti, usare queste parole? Migliaia! Volonwrite e il sottoscritto, come associazione e giornalista che si occupano di comunicazione e disabilità, hanno il dovere di non sottovalutare la situazione e continuare a sensibilizzare il più possibile su un corretto uso della lingua italiana legata a tematiche sociali perché, come disse Nanni Moretti in Palombella rossa, “le parole sono importanti”!

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Marco Berton

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