La Salute in Comune - 2014

Abitare sociale: un nuovo modo di abitare

imagesCosa si intende per abitare sociale? In cosa consiste e in che maniera questo modo innovativo di vivere la residenzialità può aiutare i cittadini di oggi a condurre un’esistenza equilibrata? La casa e l’abitare sono dimensioni fondamentali per la qualità della vita delle persone e sono considerate quindi tra le principali componenti del percorso d’inserimento o reinserimento nella società. E’ per questo motivo che la difficoltà ad accedere ad un’abitazione, la perdita della propria casa o l’essere ospitati in una comunità di accoglienza sono da leggere come elementi di un processo che necessita di adeguate politiche di contrasto o di sostegno.

L’attuale disponibilità pubblica di alloggi in locazione è sensibilmente inferiore alla domanda e agli standard europei. Inoltre il tipo di offerta è rimasto immutato negli anni: soluzioni abitative a tempo indeterminato o per periodi medio-lunghi, rivolte a singoli nuclei familiari e che non prevedono, insieme all’alloggio, percorsi di accompagnamento in grado di migliorare la fragilità di partenza. L’offerta pubblica di alloggi è quindi sostanzialmente insufficiente e rigida: riesce pertanto a coprire solo i bisogni di una minima parte di persone, spesso portatrici di disagi plurimi e cronici, concentrandola peraltro in alcuni edifici e quartieri. La crisi ha portato sempre più difficoltà per i giovani a poter vivere autonomamente. Negli anni inoltre il bisogno si è trasformato: oggi non vi è più la ricerca di una abitazione “per sempre”, bensì di una locazione temporanea, per fronteggiare periodi di tempo più brevi in condizioni sostenibili economicamente. Il timore di perdere la propria casa è una triste realtà che accompagna la vita di molti, le percentuali di sfratti per morosità è decisamente aumentata, specie negli ultimi tre anni:  conseguenza sia della crisi economica sia di un diverso modello di vita, che sta portando le nostre famiglie ad essere sempre più piccole (a Torino esistono più del 50% di nuclei composti da una persona sola o da una persona con figli). Questo trend è in continua evoluzione dal 2006-2007, tanto che oggi le famiglie tradizionali (entrambi i genitori con figli) rappresentano meno del 25%. Accanto a questo vi è la necessità di trovare soluzioni che sorreggano e creino una rete di auto-mutuo-aiuto per le persone in difficoltà. Tutte queste considerazioni  hanno portato a prendere consapevolezza dell’ampia area di persone in difficoltà legate a fragilità magari temporanee anche non gravissime, in ricerca della solidarietà del vicinato e dell’ “abitare sociale”.

Lunedì 30 giugno 2014 Giovanni Magnano, architetto e dirigente della Divisione Edilizia Residenziale Pubblica presso il Comune di Torino, ha raccontato la sua esperienza a proposito di questo tema: l’abitare sociale è il risultato di una lunga riflessione partita dalle consapevolezze derivate dalla rigenerazione urbana delle periferie torinesi che tra il 1998 e il 2006 sono state considerate uno dei migliori progetti Europei. E’ cambiato il valore “dell’abitare” inteso come insieme di funzioni e non soltanto insieme di mattoni.

Questi servizi di abitare sociale sono indirizzati a quelle fasce di persone in emergenza abitativa che non hanno le condizioni economiche per affrontare il problema con mezzi propri ai prezzi di mercato. L’abitare sociale si propone come una soluzione di abitare socievole, ovvero una scelta consapevole di privati cittadini che desiderano vivere in modo solidale e si scelgono come vicini, decidendo di acquistare casa insieme.

Oggi le politiche abitative innovative del Comune di Torino stanno quindi sperimentando forme di condominio solidale, di coabitazione tra singoli, di albergo sociale o di residenze collettive che si possono realizzare grazie alla partecipazione dei singoli cittadini coinvolti, del tessuto associativo e di volontariato che si è molto rafforzato anche nei quartieri marginali, alle occasioni che la regia delle politiche pubbliche forniscono al privato per mettersi in gioco e, ancora una volta, partecipare.

C’è così una apertura alla collettività, alla costruzione di un nuovo modo di abitare, di una cultura di quartiere, fondata sulla solidarietà e sullo star bene, che crei un orgoglio di appartenenza: in tutte le realizzazioni di abitare sociale questi risultati sono stati raggiunti spontaneamente, – come spiega con orgoglio Giuseppe Magnano – grazie al lavoro di associazioni e cooperative, lavorando fianco a fianco in un regime che non è né di tipo contrattualistico (non vi è un affidamento) né un partenariato (dove vi è chi mette i soldi e chi mette lavoro), bensì ove esiste  una vera e propria alleanza di soggetti autonomi che hanno condiviso degli obiettivi e che hanno organizzato la propria attività per raggiungere fini comuni. E’ questo l’elemento vincente, che fa la differenza!

Perché è il risultato è raggiunto indipendentemente dalle risorse, ognuno contribuisce mettendo a disposizione le proprie secondo le personali possibilità.

Il bello è che l’essere tutti protagonisti permette che si superino le difficoltà più facilmente.

Torino sta vivendo negli  ultimi anni la più grande crisi mai fronteggiata: non c’è lavoro e l’impoverimento della popolazione provoca la perdita delle abitazioni, la crisi nel mercato immobiliare, il crollo  degli affitti. Una situazione da un lato drammatica, ma dall’altro Torino resiste grazie al patrimonio del volontariato, in un contesto che porta alla solidarietà sociale.

Finchè questa realtà sarà garantita, sarà possibile realizzare interventi di questo tipo, in aiuto dei poveri: ma servono le risorse!

A Torino mancano 5000 alloggi popolari, e le disponibilità di finanziamento sono ancora lontane: l’abitare sociale fa tanto, ma c’è bisogno di un investimento importante a livello generale.

Per Associazione Volonwrite
Claudia Cespites

 

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Giada Morandi

Giada Morandi

Ho inseguito tutti perchè si descrivessero, adesso però non ho più scuse… tocca a me!

Che dire?

Psicologa per passione, letteralmente inciampata nel mondo della comunicazione sociale nel 2007, grazie ad una borsa lavoro per persone con disabilità fisico-motoria presso il Servizio Passepartout del Comune di Torino.

In carrozzina da sempre (o quasi, ma mi sembra che la mia vita sia cominciata da lì!) oggi mi occupo di alcune attività legate al Progetto Prisma del Comune di Torino e della gestione di questo pazzo, colorato, vivace, allegro gruppo di ragazzi di Volonwrite.

….ma la prossima volta che ci viene in mente di aprire una sezione chi siamo sul sito, andiamo a berci un caffè?

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