Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Alessia Gramai

“Autismo senza stereotipi” è un’intervista a più voci fatta a persone autistiche che lavorano (online e non solo) per la creazione di una cultura sull’autismo diversa da quella diffusa attualmente. Il loro obiettivo è quello di condividere una cultura che sia davvero rappresentativa, perché stabilita e diffusa da persone autistiche. Trovate i riferimenti agli intervistati qui.

La prima parte dell’intervista ha affrontato i temi intorno al 2 aprile, ai simboli utilizzati e alle risorse a cui possiamo fare riferimento per parlare in maniera corretta di autismo, e la trovate qui. Le risposte alla prima parte hanno messo l’accento sull’importanza dell’utilizzo di termini e simboli davvero inclusivi, perché scelti e sentiti come rappresentativi dalle persone autistiche.

In questa seconda parte l’intervista si concentra su neurodiversità e biodiversità neurologica: concetti che possono ampliare e definire l’autismo anche e soprattutto in una cornice socio-culturale, per un cambio di prospettiva sulla diversità.

Cos’è la neurodiversità?

“Il termine Neurodiversità si riferisce alla variabilità dell’espressione neurologica umana e comprende quindi tutte le varianti, dalla cosiddetta tipicità alle varie divergenze dalla media (Autismo, Tourette, etc). Con neurodiversità comunemente ci si riferisce agli individui con un diverso funzionamento neurologico: autistici, ADHD, dislessici, tourettici… Alcuni la estendono anche ad altre condizioni come, ad esempio, il disturbo bipolare ma non tutti sono concordi”.

“Per l’uso che ormai se ne fa in modo abbastanza diffuso e anche un po’ disinvolto, in certi ambienti, con neurodiversità si intende quella minoranza il cui sistema nervoso è organizzato in modo “differente” rispetto alla normalità, a quella che viene definita neurotipicità”.

“Neurodiversità è un termine che va chiarito. Tutte le volte che viene utilizzato in riferimento alle sole persone autistiche, ADHD, tourettiane, dislessiche è de facto un modo di etichettarle e inserirle in una minoranza.”

“Il termine non fa riferimento a un’interpretazione a dominante neurologica, altrimenti si ricadrebbe nel riduzionismo al “neuro”, al soggetto cerebrale, non è una marca identitaria, in primo luogo perché non è rivendicata solo dagli autistici, e poi perché non ci sono due autistici uguali, per cui non ha senso ricalcare il minority model. In positivo è una marca verbale che fa riferimento a un orizzonte di divergenza legittima e positiva dalla norma relazionale.”

“In poche parole, credo che bisognerebbe superare il concetto di neurodiversità, perché suppone una “normalità” che in realtà non esiste.”

La definizione comunemente diffusa di Neurodiversità parte infatti da un concetto arbitrario di “tipicità” e di norma:

“Per circoscrivere, comprendere e descrivere le minoranze neuro-determinate è stato identificato un modello di riferimento che rappresenta la norma. Il termine “norma” indica un concetto statistico, in questo caso: l’espressione neurologica maggiormente rappresentata nella popolazione. Purtroppo questo termine è stato investito da un tremendo fraintendimento semantico, che ha posto al di sopra del significato numerico, un significato morale, un giudizio di valore. Ecco che norma-le diventa “giusto”, migliore espressione possibile, di conseguenza divergere dalla norma significa allontanarsi dalla perfezione”.

“In realtà Judy Singer che per prima coniò il termine, con “Neurodiversità” voleva intendere la varietà di funzionamenti neurologici, proprio quello che sottintende il concetto di Biodiversità Neurologica. Un grande “spettro” all’interno del quale stanno menti tipiche e non tipiche che differiscono per “funzionamento” neurologico, competenze sociali, relazionali, attenzione, apprendimento, elaborazione, processi percettivi…”.

“Judy Singer infatti scrisse: ‘Il significato chiave dello spettro autistico risiede nella sua richiesta e anticipazione di una politica di diversità neurologica, o neurodiversità. I neurologicamente diversi rappresentano una nuova aggiunta alle familiari categorie politiche di classe / genere / razza, e aumentano le intuizioni del modello sociale di disabilità. L’ascesa della neurodiversità porta la frammentazione postmoderna a fare un ulteriore passo avanti. L’era postmoderna vede ogni volta una convinzione troppo solida fondersi nell’aria, anche i nostri presupposti più scontati: il pensiero che tutti più o meno vediamo, sentiamo, tocchiamo, ascoltiamo, annusiamo e ordiniamo informazioni, più o meno nella stessa modo (a meno che non sia visibilmente disabilitato) si sta dissolvendo’. Il termine non ha quindi il senso di definire una minoranza che è caratterizzata da uno sviluppo diverso del cervello ma alla varietà naturale in cui il cervello si può sviluppare”.

“O con neurodiversità cominciamo a intendere il ventaglio di possibili (e infinite) differenze nel funzionamento neurologico tra gli individui, oppure ci teniamo il termine neurodiversità per indicare la minoranza accomunata da una serie di marcate differenze rispetto alla maggioranza, e la affianchiamo all’idea di una Biodiversità neurologica che comprende ogni singola variazione.”

Cos’è quindi la Biodiversità Neurologica?

“Il concetto di Biodiversità Neurologica credo potrebbe rimpiazzare quello di neurodiversità, in quanto si riferisce alla naturale variazione neurologica nell’intera specie umana”.

“Se parliamo di Biodiversità Neurologica è più facile concepire ogni espressione vitale come avente lo stesso valore di tutte le altre, a prescindere da quanto sia numericamente rappresentata. Mi piace pensare alla specie umana come ad una forma di vita in costante accelerazione, evolutivamente parlando, e per concepire questo processo non posso collocarlo lungo un asse lineare dove, ad esempio, si diventa da meno a più intelligenti, ma ho bisogno di un processo esponenziale, multidirezionale e multidimensionale, dove la risultante dell’incremento evolutivo è necessariamente una pluralità espressiva, che posso definire, appunto, come Biodiversità Neurologica.”

“La scelta di usare l’espressione “Biodiversità Neurologica” nasce proprio dalla volontà di rifarsi al concetto di Biodiversità, come inteso in riferimento ai contesti ecologici, dove maggiore varietà espressiva significa maggiori possibilità, soluzioni, adattamenti potenziali, a garanzia della conservazione del sistema e maggiori probabilità di sopravvivenza delle specie.”

“In realtà le differenze non stanno in come è costituito il cervello ma in come vengono esposte e vissute certe caratteristiche (ToM, socializzazione, empatia ect). Quindi in realtà siamo tutti neurodiversi (senza voler fare il verso al famoso ‘siamo tutti un po’ autistici’) sia chi ha un cervello a sviluppo tipico, sia chi ha un cervello a sviluppo atipico”.

A breve la terza e ultima parte dell’intervista “Autismo a più voci”, sul tema dell’Autismo come oggetto culturale e dell’importanza dell’autorappresentazione e dell’advocacy.

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