Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Marco Berton

Mai come in questi ultimi anni le persone con disabilità, supportate dalle nuove tecnologie, sentono l’esigenza di raccontare e raccontarsi. “Come raccontare la disabilità” è stato proprio l’argomento del talk del pomeriggio di giovedì al Festival dei Diritti Umani 2020: a confrontarsi scrittori, attori e giornalisti di livello nazionale.

Tra le voci più rappresentative della narrativa con un focus sulla disabilità, ci sono sicuramente Simonetta Agnello Hornby e suo figlio George, autori di diverse opere tra cui la guida “La nostra Londra” e il documentario “Nessuno può volare”: “L’emergenza coronavirus – ha dichiarato la prima – ha dimostrato come le persone con disabilità e anziane siano sacrificabili o, ancor peggio, dimenticabili. In Inghilterra, dove vivo, la situazione è addirittura peggiore: nelle case di cura e di riposo sono morti in centinaia. Negli ultimi anni l’umanità si è incattivita, questa pandemia terribile potrebbe riportarci ai veri valori”. “Con i nostri progetti – ha aggiunto il secondo – abbiamo deciso di esplorare il labirinto della diversità con equilibrio: l’importante è andare avanti, così come è importante affermare il diritto a muoversi su mezzi pubblici fruibili a tutti”.

Con la disabilità si è cimentato, ultimamente, anche l’attore Edoardo Leo, protagonista della fiction “Ognuno è perfetto” con sette ragazze e ragazzi con sindrome di Down: “La partecipazione a questo progetto – ha spiegato – è legata alla sensazione che fosse qualcosa di diverso: non è stata una scelta artistica ma ‘di pancia’ presa appena ho capito di non essere di fronte al solito racconto pietistico. Nella serie abbiamo parlato di vita reale grazie ad un grande atto di coraggio della Rai, chi la guarderà si renderà conto che il rapporto con queste persone ha bisogno di molti meno filtri e pregiudizi”.

Decisamente interessante è la vicenda della scrittrice Claudia Durastanti: il suo libro “La straniera”, ispirato alla propria vicenda di figlia con entrambi i genitori sordi, è diventato un caso letterario: “La sordità – ha sottolineato – crea forme concentriche di isolamento che rischiano di avere effetti imprevisti: con il mio libro intendevo sfidare la sua rappresentazione monolitica della disabilità sempre uguale a se stessa e l’impostazione conservatrice del corpo che dura per sempre. Ne ‘La Straniera’ ho immaginato la giovinezza dei miei genitori sottolineando gli aspetti tempestosi del loro carattere in contrapposizione alla visione statica, influenzata dal pensiero cattolico/cristiano, della disabilità come sempre buona”.

L’incontro è stato chiuso da altre due scrittrici. Barbara Garlaschelli, autrice di “Non volevo morire vergine”, ha raccontato alcuni aspetti della propria vita partendo proprio dalla disabilità: “Il titolo del libro – ha commentato – si riferisce al bisogno di fare esperienze, sbagli, successi, fallimenti, sentire il sole e il mare anche nelle parti del corpo dove non ho più sensibilità. Ho scelto di parlare di me per poter rispondere delle storie che scrivo: la cosa più sorprendente è ricevere messaggi da donne e uomini normodotati che hanno sensazioni simili”.

Costanza Rizzacasa D’Orsogna, infine, ha parlato di “Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare”: “Il libro – ha concluso – è ispirato al mio gatto, affetto da una strana patologia che non gli permette di correre e saltare; quando vuole spostarsi rotola. Essendo nero, inoltre, ho pensato potesse rappresentare benissimo un manifesto contro la discriminazione: quando faccio gli incontri nelle scuole, i bambini tengono moltissimo a raccontare le proprie diversità”.

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