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"Contro il Non Profit", il nuovo libro del sociologo Giovanni Moro

Giovanni Moro, tra i fondatori della rete Cittadinanzattiva, è docente di Sociologia Politica e dell’Organizzazione all’Università di Roma Tre; dal 2001 presiede Fondaca, fondazione che si occupa di temi connessi alla cittadinanza ed ai suoi mutamenti attraverso un programma di ricerca e produzione scientifica, di consulenza e formazione avanzata, di dialogo culturale e di policy.Nel suo nuovo libro, dal titolo eloquente “Contro il non profit”, edito da Laterza, Moro analizza un settore che egli considera “un’invenzione di successo, un magma informe dove convivono realtà completamente diverse tra loro, tenute insieme solo da una melassa comunicativa e da una legislazione confusa e oppressiva”. Ma non finisce qui, perché rincara la dose e aggiunge: “dove numerosi approfittatori sfruttano – più o meno consapevolmente – la fiducia e la simpatia di cui questo magma ancora gode”.

Parole senza dubbio forti, scritte da una personalità di spicco, protagonista della realtà di cui parla fin dagli anni ’70, possessore di una memoria storica e culturale acquisita con l’esperienza e con lo studio che lo portano a definire il non profit come “qualcosa che non esiste e che occorre destrutturare”.

La prima critica mossa da Moro riguarda una classificazione, basata su una ricerca fatta alla John Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti, sfociata nell INCPO (International Classification of Nonprofit Organizations) e successivamente adottata dall’Istat, che identifica, in Italia, la presenza di oltre 300 mila organizzazioni senza fini di lucro. Tale classificazione, formulata sul modello di welfare statunitense (in cui il ruolo dello stato è, a differenza dell’Italia, marginale), porta ad una distorsione della definizione di non profit, per questo giudicata negativa e residuale: una definizione che differenzia l’offerta ma non la domanda di servizi e per questo può accomunare “un centro fitness ad una mensa per poveri”, “un club di scacchi ad una cooperativa sociale che impiega persone disabili”. Il numero “gonfiato” di organizzazioni porterebbe, inoltre, a una sovrastima del numero degli addetti: dei 900 mila riconosciuti, secondo Moro, quelli retribuiti sarebbero, in realtà, solo 47 mila.

Il secondo punto di riflessione è quello che Moro identifica come “effetto alone”, ovvero l’eccesso di buonismo che tende a considerare tutto positivo in base alla buona reputazione di cui godono alcune organizzazioni e, viceversa, l’estensione del marchio d’infamia a tutto il settore in caso di truffe, abusi e sprechi.

L’ultimo problema riguarda la “Babele normativa” che affligge, da sempre, il terzo settore: un groviglio di leggi progettate secondo criteri formali totalmente slegati dalla realtà circostante, fondato su criteri ideologici più che pratici (“ciò che sei e non ciò che fai”).

Nella parte finale del libro Moro si è concentrato su una possibile soluzione, elaborando una classificazione in sette aree separate: imprese, enti quasi-pubblici, organizzazioni della produzione e del lavoro, istituzioni di supporto, enti di ricerca, organizzazioni del capitale sociale e organizzazioni di attuazione costituzionale. Questa distinzione consentirebbe di graduare i benefici da destinare alle organizzazioni a seconda dell’attività svolta e offrirebbe dei criteri per valutare l’utilità sociale di ciascuna realtà assimilabile ad una delle sette aree.

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