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Convegno Internazionale – Corpi infranti e Figure sublimi

Martedì 8 marzo, a Palazzo Barolo, in occasione della Festa della Donna e dell’inaugurazione della mostra Abusi. Testimonianze da una comunità terapeutica (a cura di Massimo Greco e Carola Lorio) si è tenuto il Convegno Internazionale Corpi infranti e Figure sublimi, incentrato su riferimenti ed esperienze relative all’arte contemporanea nei luoghi di cura.

Il Convegno è stato un’occasione di approfondimento del tema monografico dell’esposizione del sé, oltre che un’indagine rigorosa su alcune figure femminili paradigmatiche dell’arte contemporanea del Novecento, grazie agli interventi di autorevoli esperti di settore.

12825145_10153976109889770_857043318_nLe figure delineate durante l’incontro non utilizzano l’arte come manifestazione di un dolore in seguito a un abuso sessuale, ma come espressione di un’interiorità problematica che le porta a rifiutare i precetti di una società che le voleva mogli e angeli del focolare. Essere donne, essere artiste ed essere alienate, deliranti, matte, secondo i dettami della società del tempo, era sinonimo di inferiorità e, nonostante tutto, ciò le rendeva incredibilmente sensibili all’arte e alla creatività.

La psicoanalista, storica dell’arte, arte terapeuta e docente New York University Laurie Wilson, ha illustrato la controversa figura della pittrice/scultrice Louise Nevelson, “Grande dame della scultura contemporanea”, considerata tra gli artisti americani più illustri del secondo dopoguerra. Obiettivo chiaro nella mente di quest’artista, fin da bambina, era essere un’artista, andando contro ogni genere di pregiudizio, grave zavorra che faceva del suo essere donna condizione di netta inferiorità. Una difficoltà abbattuta grazie alla più ferrea delle volontà, ma soprattutto in virtù di un estro e di una sensibilità che hanno lasciato il segno. Louise Nevelson è tra le regine incontrastate dell’arte contemporanea.

Anne Marie Dubois, medico psichiatra, docente Université Paris Descartes e responsabile scientifico della Collezione Sainte-Anne, ha delineato la personalità di Unica Zürn, artista che in seguito a numerose crisi e internamenti in ospedali psichiatrici, è riuscita a trasformare la sua arte in delirio e creazione, rappresentazione e realtà, per elaborare imperturbabili “cronache dal profondo”, ricorrendo alla terza persona singolare per raccontare i meandri della follia femminile. Pochi artisti hanno saputo aggrapparsi ai mostri dell’inconscio come ha fatto Unica. La sua arte era un bisogno incessante di capire le angosce dell’uomo moderno, di capire l’origine fatale e ammaliante del male che partoriva le guerre, le disuguaglianze e l’isolamento artistico e culturale che ne derivava, al quale Unica e i surrealisti venivano relegati poiché depositari di verità scomode ai totalitarismi del tempo. Una lunga serie di crisi mentali le hanno provocato numerosi internamenti psichiatrici, fino a che, incapace di sopportare questa situazione di isolamento e miseria, a 54 anni Unica esce dalla clinica psichiatrica con un permesso speciale e si getta dal balcone del suo appartamento.

Infine Bona Tibertelli Pieyre De Mandiargues, la cui figlia Sibylle Pieyre De Mandiargues, cineasta e storica dell’arte, tramite un parallelismo con l’artista Unica Zürn, ha riportato un tragico, ma estremamente passionale e coinvolgente ritratto letterario. Considerata l’artista più nota del secondo surrealismo, ha subito molti ricoveri ospedalieri e faceva delle proprie crisi psichiatriche, la sua arte.

Il congresso ha dato modo di portare alla luce tre fantastiche personalità dell’arte contemporanea del ‘900. È di fondamentale importanza dare valore e recuperare ciò che le donne hanno portato nell’arte del Novecento. La loro arte è manifestazione di fragilità e di poetica, con le quali espongono le loro difficoltà, ma mettersi di fronte alle proprie fragilità è soprattutto sintomo di grande forza.

Tre parole significative sono emerse dai differenti percorsi delle tre artiste. Il punto di partenza è il dolore, che da sempre è il motore da cui si genera qualsiasi scelta poetica. Ma questo dolore, nonostante la fine tragica di una delle protagoniste ogni protagonista, non è mai vissuta come condizione di cui si resta ostaggio, anzi è un dolore visualizzato e quindi affrontato, tramite percorsi interiori misteriosi, spesso indecifrabili ai più e quindi conforme con invenzioni di forme perché in questi casi, ciascuna delle artiste lo esprime percorrendo percorsi estetici diversi . È un dolore che non paralizza, nonostante la difficoltà e la durezza che biograficamente hanno dovuto affrontare queste donne. Traspare un aspetto misterioso del dolore, “quando spalanco gi occhi le immagini della realtà sono frantumate come quando li chiudo. Questa piccola osservazione è forse all’origine della mia volontà di dipingere”, racconta Bona in uno dei suoi scritti letterari. È proprio questa volontà di dipingere che appare misteriosa, rispetto a ciò il che la vita ha buttato loro addosso, non dovrebbe esserci più desiderio né energia di vivere, né di dare energia e vita alle cose (muri, tele od oggetti ).

Creatività. La creatività è una delle categorie che ci rende uomini e si può esprimere su vari livelli e tramite tante melodie. La creatività ci scorre sulla pelle e anche nelle condizioni più complicate, aiuta a vivere. Ne è un esempio perfetto la mostra Abusi. Testimonianze da una comunità terapeutica. La creatività aiuta a vivere e a superare i traumi. La creatività è una categoria non definibile, è qualcosa di gratuito che ognuno di noi ha, strettamente connessa con la nostra identità e la nostra libertà.

E per concludere, l’arte sociale. Si parla di arte in quanto energia “riparativa”, non solo del singolo, ma di ognuno di noi in quanto gruppo sociale di sostegno. L’opera d’arte sociale è “la società come opera d’arte per eccellenza” spiega Giuseppe Frangi (giornalista, direttore del magazine «Vita», storico dell’arte), “ fattibile solo con la partecipazione di tutti”, e l’esperienza delle tre artiste protagoniste dell’incontro si integra perfettamente con questo concetto.

Vittoria Trussoni

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Vittoria Trussoni

Vittoria Trussoni

Mi chiamo Vittoria, sono nata nel 1985 e se mi chiedete qual è il mio mestiere la risposta è…non lo so.

C’è chi dice una “comunicatrice”, chi una pseudo reporter in erba, chi un’educatrice mancata e chi una mantenuta. Insomma potrei essere tutto o niente, ma tento di fare quello che mi piace, senza troppe pretese dato che non sono specializzata in nulla.

Sono laureata in Lettere ma, al di là di una discreta cultura (che anche lì è da provare), non ho sfruttato al meglio la mia triennale letteraria, preferendo buttarmi nel mondo del sociale. E’ quasi tre anni che collaboro con l’Associazione e grazie alle splendide persone che la popolano e alla educativa esperienza del servizio civile volontario, ho scoperto cosa mi piacerebbe fare nella vita – al di là della fattora eh, ma quella è un’altra storia.

Adoro stare in mezzo alle persone, dedicare il mio tempo agli altri, conoscere, informarmi, curiosare in giro. Fare polemica, ridere, scherzare e soprattutto parlare parlare parlare. Sono un’inguaribile logorroica.

Sono cresciuta senza riconoscere la mia forza, con la perenne paura di sbagliare e di disattendere le aspettative delle persone che mi stavano vicino. Con il tempo ho imparato a cercare la fiducia in me e non negli occhi degli altri. Descritta così sembro perfetta!

In realtà sono permalosa, cocciuta, distratta, casinista e non molto ben disposta ad ascoltare le critiche, soprattutto se penso di avere ragione (sono un ariete, ho detto tutto!) ma sono entusiasta della vita, non amo la negatività delle lamentele.

Ecco, ho scritto già troppo!