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DISABILITA’ NASCOSTE : L’INVISIBILE AGLI OCCHI CHE FERISCE 2 VOLTE

Non tutte le disabilità si manifestano con l’uso di una carrozzina e risultano assolutamente invisibili, eppure la sofferenza è la stessa. Se non maggiore.

Il cassiere mi guarda stranito: il giorno prima mi vede girare nel supermercato in carrozzina ed il giorno dopo mi ritrova a camminare fra gli scaffali con le stampelle, claudicando sì, ma comunque in piedi. “Ma non eri in sedia a rotelle? Com’è questa storia?”.
Oltre a dimostrare ben poco tatto ed ancor meno sensibilità, la sensazione che il cassiere mi fa provare è molto, molto dolorosa: mi sento giudicata su qualcosa che dovrebbe essere solo relativa alla mia sfera privata ed intima.
Le disabilità invisibili trasformano in fantasmi chiunque si ritrovi a doverle fronteggiare. Ma che cosa significa “disabilità invisibili”? Un sito di sensibilizzazione americano ci offre una chiave di riflessione:“Coloro che soffrono di problemi alle articolazioni possono non dover usare ausili per la deambulazione ogni giorno o non usarne affatto, ma anche in questi casi si parla di disabilità.”

Non tutte le malattie si mostrano al mondo con un decadimento fisico o necessitano dell’uso di ausili, ma in questo nostro mondo che vive di etichette qualcosa che non è possibile classificare a colpo d’occhio è causa di dubbio. Si sta male due volte, e la seconda è un dolore gratuito che potrebbe essere evitabile se solo non fosse abitudine comune utilizzare il giudizio nell’affrontare gli altri. Penso alle malattie che non si manifestano sul piano prettamente estetico: quella persona è sul posto giallo, ha un pass auto come il mio, eppure non appare diversamente abile. Proprio quest’apparenza è la sua condanna, la fonte di un problema che varrebbe la pena affrontare per fugare molti dubbi. Restiamo perplessi di fronte a ciò che appare come un utilizzo fraudolento del contrassegno per disabili ad esempio, ma ci soffermiamo a pensare che l’utilizzatore potrebbe aver diritto a quel pass pur non mostrando la sua malattia?

Il fatto che ci sia una sedia a rotelle disegnata sul contrassegno non prevede che sia destinato soltanto a chi si muove con le ruote, cosa ovvia ma non troppo, a quanto pare.
Ed ancora: non è detto che chi ha una sedia a rotelle sia costretto ad usarla tutti i giorni. C’è chi, come me, ha la temporanea fortuna di avere giorni migliori e giorni peggiori. Ausili diversi, stessa persona ma soprattutto STESSI DIRITTI.

Siamo portati a giudicare ed applicare modelli, preconcetti, confezioni pronte all’uso per descrivere il mondo che ci ruota attorno, eppure questo non è sempre il metodo migliore.
Il malato invisibile è costretto a giustificarsi ed a spiegare che cosa gli accade, vedendo costantementemessa in dubbio la propria credibilità; è qualcosa che porta grande disagio e lo costringe a vestirsi di umiliazione. Un vestito che nessuno di noi vorrebbe indossare.
Spesso sono le famiglie a doversi scontrare con questa problematica di giudizio: “ma tua figlia sembra perfettamente normale, non sembra malata!”  Una frase che taglia più di una coltellata, che aggrava la malattia e che spesso dà il via ad una spirale negativa difficile da fermare. Mi sento messo alla berlina, non mi sento a mio agio e mi chiudo nel mio mondo dove faccio entrare solo chi mi capisce. Un fenomeno di autoemarginazione.

Che cosa possiamo fare, concretamente, per bloccare il meccanismo dell’invisibilità? Non giudicare. Perchéchiunque potrebbe combattere in silenzio una battaglia e potremmo non esserne a conoscenza. Evitare le generalizzazioni è il passo successivo: i colori da sfumare sono tanti, oltre ai primari. Certo, la prima cosa che salta alla mente nell’osservare qualcuno che sosta sul posteggio giallo ed esce dalla macchina camminando normalmente è “tu guarda quello…” (si aggiunga l’improperio di propria preferenza), ma non è sempre tutto così bianco o nero.

E’ un po’ come se dovessi categorizzare una donna perché lunedì la incontro  in tuta da lavoro ed il giorno dopo in abito da sera: non è un meccanico e non è una modella oppure è entrambe le cose, ma in primo luogo È UNA PERSONA. Questa rimane sempre l’etichetta più giusta che possiamo applicare sulla camicia di chi ci sta davanti, anzi, forse è l’unica etichetta che sarebbe il caso di ricamare di modo che non venga mai dimenticata.

Fonte: disabili.com

(s.c./m.n.)

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