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Disabilità: quale dignità nella pena di morte

Le persone e la dignità, il blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e Corriere della Sera, ha pubblicato la notizia della prossima esecuzione per impiccagione di un uomo pakistano accusato di omicidio. Abdul Basit, condannato nel 2009, ha però contratto la meningite tubercolare nel 2010. Oggi è in sedia a rotelle e non è in grado di “salire il patibolo con le sue forze”, come prevede il regolamento generale penitenziario.

Ne è seguita una disputa giuridico-amministrativa che ha bloccato fin qui l’esecuzione. Purtroppo una ricerca particolarmente accurata ha permesso ai funzionari pakistani di verificare che lo stesso regolamento autorizza comunque l’esecuzione dei condannati in sedia rotelle. E dallo sconcerto si passa all’orrore se si immagina che, per eseguire la condanna, bisognerà rendere accessibile il patibolo. E in cosa consisteranno, materialmente, le modifiche perché il condannato sia in grado di «salire il patibolo con le sue forze». C’è sempre una componente estetizzante nella morte di Stato (e nel suicidio): basta fare un giro su Internet, alla voce impiccagione, per scoprire un mondo. Se poi si tratta di una persona con disabilità il piatto della speculazione si fa particolarmente succulento.

Riflettiamo. Nessun dubbio che la condizione di disabilità non giustifichi i reati e non consenta facili assoluzioni. Ma se la disabilità del condannato è una barriera alla volontà di morte dello Stato, lo sconcerto prende il sopravvento.
La disabilità appare, ancora una volta, come una lente di ingrandimento delle storture delle nostre civiltà. Ed urge ancora di più una nuova e forte riflessione sulla pena di morte, perché la condanna inflitta da un tribunale può anche avere carattere punitivo ma non può essere un luogo di speculazione sulle tecniche di morte che, se applicate a una persona con disabilità, devono essere necessariamente più raffinate.

Da questi orrori non sono esenti Stati evoluti come il Giappone e gli Stati Uniti se hanno potuto evadere gli standard internazionali sulla pena di morte che impediscono di eseguire la condanna su chi ha una disabilità mentale e intellettiva . Quanto al Pakistan, aveva ratificato nel 2011 la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, che è tutta un richiamo ai Diritti Umani, alla loro Dichiarazione Universale e ai Patti Internazionali che legano gli Stati ad essi. E aveva anche applicato la moratoria sulla pena di morte, annullata dopo sei anni a causa della famigerata strage di bambini di Peshawar, per mano talebana ( ne morirono 132). E’ paradossale tuttavia che, da allora, si sia verificato un ricorso esagerato alla pena capitale nei confronti di tutti i cittadini, compresi i minori. Sono 200 le condanne eseguite e ben 8500 in attesa di esecuzione.

A cosa fare riferimento allora se non alla pietà? In questo ribaltamento del concetto di giustizia che è la pena di morte, la pietas, nell’accezione alta di rispetto per l’umanità altrui, assume il valore di veicolo di giustizia da cui non si può prescindere se al centro del dibattito universale sul superamento di ogni condizione di svantaggio c’è la salvaguardia della dignità delle persone.

Quella mancanza di considerazione sul rispetto dell’uomo per l’umanità altrui, è la cartina di tornasole che svela le intenzioni di chi traveste da dovere ciò che è solo gratuita crudeltà.

A noi che inorridiamo delle scelleratezze altrui (e poco delle nostre), resta sempre l’onere dell’approccio corretto a tutte le persone diverse, soprattutto se con disabilità o se vittime di uno svantaggio sociale. Proprio per via di quella pietas che non è buonismo né radice dello stigma, quanto piuttosto antidoto al cinismo diffuso che pervade e caratterizza il nostro tempo.

Autore: Simonetta Morelli

Fonte: Invisibili.corriere.it

Data: 21/09/2015

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