La Salute in Comune - 2011

Donne, salute e immigrazione: quando la cura è tradizione

Il tema della salute, inserito in un contesto multiculturale, è stato affrontato sotto una luce non sempre presa nella dovuta considerazione: quella dei cosiddetti rimedi tradizionali, particolarmente viva, invece, tra le comunità dei migranti.

A presiedere il dibattito, la direttrice del Centro Europeo IUHPE-CIPES, Tania Re che, da buona padrona di casa, ha introdotto le riflessioni e ha creato la giusta cornice di un quadro fatto di racconti e di testimonianze, dipinto da ospiti provenienti da paesi diversi ma accomunati dalla condivisione delle cure tradizionali, o semplicemente dalle cure, anche perché, come è stato ricordato “qualunque cura è una forma di rispetto”.

Tania Re avuto l’idea di fare una ricerca, tra le comunità immigrate, che coinvolgesse le donne, (che, come si è detto nel corso del convegno, hanno solitamente il ruolo di promuovere la salute), per chiedere loro di costruire una comunità femminile in cui condividere le loro radici e la loro cultura. E la medicina tradizionale rientra a pieno titolo nella loro cultura.

Biomedicina e medicina tradizionale: possono convivere oppure lo scontro è inevitabile? Quanto possono essere efficaci i “rimedi della nonna”? Come possiamo arricchire le nostre conoscenze sulla salute grazie al sapere che viaggia insieme ai migranti? Qual è il ruolo della donna nella diffusione della conoscenza della medicina tradizionale?

Nel corso del convegno “Mappe di salute, rimedi tradizionali e donne. Esperienze con le comunità di migranti” organizzato dal Centro europeo IUHPE – CIPES, si è cercato di riflettere sulle varie tradizioni della cura che sono differenti per luoghi e culture della Terra ma che, proprio grazie al fenomeno sociale dell’immigrazione, oggi possono essere sempre più conosciute e condivise.

Il dibattito si è aperto ragionando sulla distinzione di fondo tra “il grande colosso della biomedicina e la medicina tradizionale”. “Il problema della biomedicina è che ancora non è riuscita a sconfiggere due cose: la prima è la morte; la seconda è il dolore”, è intervenuta Anna Maria Fantauzzi, docente di antropologia medica e culturale all’università di Torino, “ inoltre la biomedicina non è “valida” in tutti i luoghi. Nella medicina tradizionale, invece, è il “sapere” che viene tramandato e che diventa vera e propria ricchezza. La questione centrale resta come riuscire a far dialogare la medicina tradizionale e la biomedicina”.

Donne e immigrazione sono state le protagoniste al centro del dibattito. “Sono le donne che, in molti contesti rurali, portano avanti la tradizione, tramandano i saperi”, ha continuato la Fantauzzi, “ nelle zone più rurali della Terra, la biomedicina non arriva, è la natura che fornisce alle persone le medicine. Le donne quando si spostano, portano con sé anche i rimedi che conoscono, che fanno parte del loro bagaglio culturale. E la tradizione fornisce garanzia di qualcosa che è conosciuto: il rinvio tipico è quello che porta alla famiglia e che può quindi dare il senso della sicurezza”.

Entrando nel vivo del dibattito, Valérie Françoise Motio Kamga, presidente dell’associazione “Donne Migranti Internazionali”, ha ripreso il concetto di salute, che non deve essere inteso in modo riduttivo come assenza di malattia, ma nel senso più ampio di benessere fisico e psichico. “Nella medicina tradizionale”, ha proseguito, “la persona viene presa in considerazione rispetto all’ambiente in cui vive. E la ricerca della salute è il tentativo di raggiungere l’equilibrio con l’ambiente in cui si vive. Essere migrante è, in un certo senso, un po’ come essere malato: la migrazione è un vero trauma per chi la vive. La cura che i migranti portano con sé per questo tipo di malattia è la loro cultura e la medicina tradizionale fa parte di questa cultura”.

A chiudere gli interventi dei relatori, Manuela, infermiera a Torino che, insieme al direttore del Centro Europeo IUHPE CIPES, Tania Re, è impegnata in una ricerca sociale per meglio comprendere abitudini e tradizioni dei migranti quando devono risolvere problemi di salute.

“L’idea del progetto è nata da un totale ripensamento del tema della salute”, ha spiegato Manuela, “Oggi ci troviamo sempre più spesso a dover curare persone colpite da pluripatologie e provenienti da culture diverse dalla nostra. L’indagine di ricerca si concentra su una serie di interviste fatte a donne straniere residenti a Torino e provincia. Sono state elaborate delle interviste semi strutturate per conoscere le abitudini in tema di salute: si fa ricorso alla medicina tradizionale? Quando ci si rivolge invece al medico?” Tra le considerazioni che possono essere già fatte, quella che “ ciascuno vive la malattia a seconda della cultura: la visione della tradizione è, per molti aspetti, fortemente spirituale. Non sono solo gli organi che vengono colpiti dalla malattia, ma anche la parte più intima della persona, il suo spirito. Nella ricerca proviamo ad indagare per comprendere meglio anche la figura del guaritore”.

Si cerca così di avvicinarsi a culture diverse e apparentemente lontane dalla nostra per conoscerle meglio, per valorizzare il rapporto tra le persone, senza giudicare

Tra le ultime riflessioni, quella riferita ai nostri ritmi di vita, oggi forse troppo frenetici. “Oggi viviamo troppo di corsa”, ha ricordato Daniela Giglio, dirigente di un’azienda agricola, “quando abbiamo una malattia forse questa ci vuol proprio dire che è tempo di fermarci un attimo”.

Michela Vindrola

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