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Comunicazione Sociale sulla Disabilità

Facciamo mente locale, quale poteva essere la più grande tragedia nazional-popolare per l’Italia? La risposta è scontata: la mancata qualificazione della Nazionale di calcio ai Mondiali! Paradossalmente, il fallimento di Gian Piero Ventura e dei suoi uomini ha avuto una ricaduta positiva (almeno a livello di seguito) per tutto lo sport italiano. Uno dei settori ad averne beneficiato di più, a mio avviso, è proprio quello paralimpico.

Premessa: lo devo ammettere, pur non essendo un grandissimo tifoso della Nazionale, non andare a Russia 2018 dà fastidio anche a me, fanatico di calcio fin dall’età di 6 anni proprio grazie a un’Italia (quella delle Notti Magiche del 1990, per intenderci). Da grande appassionato di sport e, da qualche anno, da “addetto ai lavori” nel mondo paralimpico, non posso che essere soddisfatto per tutta l’attenzione verso atleti che, altrimenti, non avrebbero avuto tutta questa visibilità. Per rendere meglio l’idea, vorrei parlarvi delle due squadre che, nel cuore degli italiani (e del sottoscritto), hanno sostituito almeno in parte il calcio professionistico e il suo carrozzone: la Nazionale Italiana di Calcio Amputati e la Nazionale Italiana di Para-Ice Hockey.

Andando in ordine cronologico, i primi a essere saliti alla ribalta delle cronache sono stati i calciatori, capitanati dal fondatore Francesco Messori (che ho avuto la fortuna di intervistare lo scorso dicembre per Disabili.com). Il suo percorso da atleta è partito da lontano quando, poco più che bambino, viene inserito in una squadra di normodotati iscritta ai campionati amatoriali CSI: è stato proprio l’incontro con questa realtà, e con Presidente di allora Massimo Achini, a stimolare la nascita della Nazionale, che attraverso un banalissimo gruppo Facebook è riuscita a creare lo zoccolo duro attorno al quale è stata costruita la rosa. Con grande tenacia, e a soli 19 anni, Francesco si è ritrovato a essere il protagonista di una piccola grande rivoluzione, completata con la partecipazione alle competizioni internazionali: il 5° posto ai recenti Europei, quasi in concomitanza con l’eliminazione dei più blasonati colleghi, ha qualificato l’Italia ai prossimi Mondiali, in programma in Messico in autunno. L’attenzione mediatica scaturita da questa contrapposizione è stata fortissima e ha raggiunto la ribalta nazionale grazie ai servizi di Fanpage.it e de Le Iene; La vetta più alta, però, è stata raggiunta grazie all’invito al Gran Galà del Calcio direttamente da parte del Presidente dell’AIC Damiano Tommasi e quello, riservato a Capitan Francesco, alla sede delle Nazioni Unite di New York. Il riconoscimento ufficiale, a livello sportivo, è invece arrivato a gennaio con il passaggio gestionale alla federazione paralimpica FISPES (Federazione Italiana Sport Paralimpici e Speciali).

La Nazionale di Para-Ice Hockey merita un discorso a parte. Prima di tutto perché ho avuto modo di conoscerla cinque anni fa (grazie al lavoro come Addetto Stampa per il Comitato Paralimpico Piemonte) e di seguirne il graduale processo di crescita che l’ha portata a giocarsi il bronzo paralimpico contro i padroni di casa della Corea del Sud. Poi perché, nel corso del tempo, ho approfondito il rapporto con qualche giocatore della squadra (specialmente i piemontesi) attraverso le interviste fatte nei dopo-partita e in prossimità delle grandi competizioni, avendo modo di ammirare la grande passione per l’hockey che spesso li porta a trascurare affetti, lavoro e tempo libero per dedicarsi all’attività sportiva in giro per il mondo. Gente come Andrea Chiarotti  (fondatore, ex attaccante e capitano ora passato al ruolo di team leader), Gregory Leperdi (attaccante e attuale Vice-Capitano), Gabriele Araudo (portiere cresciuto tantissimo negli ultimi anni) Valerio Corvino (attaccante), Andrea Macrì (difensore) e tutti gli altri non possono che essere da esempio per gli sportivi di tutto il mondo per il modo in cui interpretano questo ruolo. Quella stessa passione di cui parlavo prima sono riusciti a trasmetterla anche a un malato di calcio come me: dopo la finale persa di misura ai Giochi di Pyeongchang, lo scorso sabato, la delusione era la stessa provata dopo una delle tante finali di Champions perse dalla Juve. L’unica differenza, era l’immenso orgoglio provato per questi atleti che, insieme ai medagliati Bertagnolli, Casal e Pozzerle, hanno fatto innamorare gli italiani.

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