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Ezio Bosso, il Festival, la malattia e l’ignoranza

Ieri sera, l’esibizione di Ezio Bosso al Festival di Sanremo è entrata nelle televisioni di milioni di italiani, facendo rapidamente il giro dello stivale. Magicamente e simultaneamente, le bacheche e i profili Facebook di milioni di utenti si sono riempite di foto e video di una performance intensa e commovente per milioni di motivi. Ma com’è stato possibile vedere un musicista fino a ieri sconosciuto al grande pubblico, fuori dai circuiti generalisti e mainstream, diventare un eroe nazionale nello spazio di 10 minuti? Potere del Festival? Celebrazione di un grande maestro o compassione per una disabilità evidente? 

Per capire meglio di chi stiamo parlando, occorre ripercorrere brevemente la sua biografia attraverso le sue tappe e i suoi riconoscimenti (fonte www.eziobosso.com): torinese classe 1971, Ezio Bosso ha iniziato a studiare musica a 4 anni prendendo lezioni da una zia pianista, per poi formarsi in Composizione e Direzione d’Orchestra a Vienna sotto la guida di Maestri di fama internazionale. A partire dagli anni ’90 (dopo una breve parentesi nel rock come bassista degli Statuto a fine anni ’80) si è esibito come solista, direttore o in formazioni da camera nei più prestigiosi palcoscenici mondiali e nelle più importanti stagioni concertistiche: Royal Festival Hall, Southbank Centre London, Sydney Opera House, Teatro Regio di Torino… Nella sua carriera Bosso ha ottenuto riconoscimenti come il Green Room Award australiano e il Syracuse New York Award. Da segnalare anche il sodalizio artistico con il regista Gabriele Salvatores, per il quale ha composto le colonne sonore di Io non ho paura, Quo vadis, baby? e Il ragazzo invisibile; attualmente vive a Londra. Nel 2011 gli viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica, meglio conosciuta come SLA o morbo di Lou Gehrig, malattia che colpisce le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale inibendo, progressivamente, i movimenti della muscolatura volontaria fino alla totale perdita di controllo su di essi.

La domanda fatta nell’incipit è, probabilmente, destinata a restare senza una risposta precisa: chi lo apprezzava prima continuerà ad apprezzarlo principalmente come musicista mentre chi l’ha conosciuto ieri sera si sarà commosso di fronte alla grande forza di volontà e alla dignità di un uomo di fronte alla propria malattia. Personalmente devo fare mea culpa, posizionandomi dalla parte di chi, per ignoranza, non l’aveva mai sentito nominare (se non da poco grazie a due amiche); resta il rammarico (che penso di poter condividere con moltissimi altri) di aver aperto il grande pubblico ad un artista di questo livello e curriculum solo dopo una serata dell’evento nazional-popolare per eccellenza.

Da oggi, probabilmente, le cose torneranno come prima, con la disabilità confinata nelle pagine di cronaca ed il pubblico del Festival impegnato a televotare tra Clementino e Lorenzo Fragola; restano, però, tante speranze (e il merito va, soprattutto, a Carlo Conti e al Festival di Sanremo): la prima, più artistica (che forse i puristi della “nicchia” e i radical chic non apprezzeranno), che tutto il successo avuto ieri serva a riempire i suoi concerti e a portare la sua musica nelle orecchie e nel cuore di un pubblico sempre più ampio. La seconda, forse più grande e ben più ambiziosa, è quella di una sempre maggior consapevolezza sulle possibilità che le persone con disabilità hanno nella vita privata e lavorativa; una convinzione che va maturata all’esterno, da tutti, ma anche, e soprattutto, all’interno di se stessi da parte dei diretti interessati.

Nel frattempo, se volete gustarvi Ezio Bosso dal vivo, avrete la possibilità di partecipare a uno dei 4 incontri di Zusammenmusizieren, laboratorio musicale in programma a Palazzo Barolo giovedì 25 (dalle 14.30 alle 18.30), venerdì 26 (stesso orario), sabato 27 (dalle 10 alle 14.30) e domenica 28 febbraio (dalle 14.30 alle 18.30), oppure assistere al suo concerto di sabato 27 (alle 21.30) alle Lavanderie a Vapore di Collegno. “Perchè la musica, come la vita, va fatta insieme”, e non c’è niente di meglio di un live per comprenderlo.

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Marco Berton

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