Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Marco Berton

È passata esattamente una settimana dalla morte del musicista e compositore torinese Ezio Bosso. In questi giorni mi sono preso un po’ di tempo per pensare alle parole da usare per buttare giù un suo (doveroso) ricordo su Volonwrite. Dopo attente riflessioni, ho deciso di evitare discorsi altisonanti o particolarmente evocativi, per un motivo molto semplice: non lo conoscevo personalmente e non ho una così approfondita conoscenza della sua musica per esprimere un parere personale che vada al di là del semplice apprezzamento.

Per questo, nel buttare giù queste poche righe, partirò da due aneddoti che riguardano i due incontri diretti che ho avuto con lui, a mio modo di vedere esemplificativi della sua personalità. Il primo avvenne durante uno “Studio Aperto”, una delle sue lezioni di musica a Palazzo Barolo: correva l’anno 2016 (o 2017) e quello che mi lasciò disarmato fu l’estrema gentilezza, bilanciata da una grande decisione e un’altrettanto grande schiettezza, espressa nei suoi consigli alle ragazze e ai ragazzi che ebbero la possibilità di suonare di fronte a lui il pianoforte o il proprio strumento prediletto. La stessa e identica sensazione la provai quando, durante una pausa, mi avvicinai per chiedergli due battute per un’intervista. Il suo rifiuto, motivato dalla stanchezza e unito da mille “scusa”, mi convinse a desistere facendomi rispettare profondamente quell’uomo orgoglioso ma al tempo stesso visibilmente sofferente.

Il secondo incontro, molto più informale, risale allo scorso anno, quando per caso ci ritrovammo vicini di tavolo in una nota trattoria del centro di Torino: feci finta di non riconoscerlo, un po’ per un’improvvisa timidezza (estemporanea per un giornalista, devo ammetterlo) e un po’ per non disturbare, ma ricordo ancora la stessa gentilezza e sensibilità nell’acconsentire alla bimba che mia moglie Elisa ed io abbiamo in affido di accarezzare il suo cane, accovacciato ai piedi del tavolo e alle ruote della sua carrozzina.

Carrozzina, sì, perché Ezio Bosso negli ultimi anni di vita è stata anche una persona con disabilità, una di quelle che ha saputo interpretare nel migliore dei modi un concetto tanto caro a Valentina Tomirotti: la disabilità concepita come “accessorio”, o per meglio dire come caratteristica imprescindibile della propria personalità e del proprio fisico, al di là dei pietismi televisivi e degli eroismi da tastiera. E così, i movimenti  imperfetti delle mani sul pianoforte o sulle bacchette da direttore d’orchestra si sono trasformati negli anni in nuova arte capace di trasmettere ancora più “vibrazioni”, così come la scelta delle carrozzine di design, l’estetica curata e la volontà suonare comunque sullo sgabello si sono trasformate in un marchio distintivo riconoscibile in tutto il mondo.

Proprio per questo, Ezio Bosso è stato importantissimo nell’abbattere sia le barriere architettoniche che culturali nei confronti della disabilità, insegnandoci che ognuno di noi può vivere la vita al massimo delle proprie possibilità. Sta a noi, prendendo esempio da lui e da molti altri (inutile dire che sto pensando al nostro caro Vincenzo), fare il passo successivo: eliminare quelle barriere per permettere a tutti di studiare, lavorare, divertirsi, suonare, innamorarsi…

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