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Giambattista e le gambe di un robot «In piedi dopo l’incidente»

Il chirurgo tetraplegico: con l’esoscheletro e tanto allenamento la sua vita è cambiata

«Non potete nemmeno immaginare cosa voglia dire recuperare la posizione eretta»

«Dalla chirurgia alla tetraplegia, dal massimo dell’azione fisica di precisione al movimento zero». Giambattista Tshiombo, 37 anni, descrive così il suo stato post incidente. «Un colpo di sonno mi ha cambiato la vita a 800 metri da casa dopo un turno di lavoro in ospedale come chirurgo vascolare». Figlio di immigrati congolesi, Tshiombo mercoledì è stato ospite dell’evento organizzato dal blog InVisibili del Corriere della Sera per festeggiare il quinto anno di attività. È entrato camminando grazie a un esoscheletro, una struttura robotica dotata di motori elettrici e circuiti che consente il cammino a para e tetraplegici, ovvero persone che per un trauma o per una malattia hanno lesionato la spina dorsale e non riescono più a muovere arti.

I sogni di bambino

«Quando sono arrivato in ospedale con una contusione cervicale post incidente, non muovevo niente — racconta —. Io, medico abituato a dire ciò che andava fatto, finito nelle mani, sapienti e amorevoli, di infermiere e fisioterapiste. Un vero choc. Quasi pari a quello provato quando mi accorsi della differenza negli sguardi. Prima ero nero, palestrato, con una carriera da chirurgo, alto un metro e 97, dopo, in carrozzina, ero alto un metro e 37, senza una professione». Niente più calcetto, niente più pallacanestro, niente più cucina fusion italo-congolese a base di pesce e verdure. Niente più chirurgia, «un sogno che coltivavo da quando avevo 9 anni. Gli studi in Italia, la laurea al San Raffaele, la professione al San Donato di Milano: tutto andato in fumo in pochi secondi. Era un periodo di superlavoro, che mi stava aiutando a passare un momento di difficoltà dopo una storia d’amore finita male. Ed ecco che a pochi metri da casa, forse proprio per il fatto di “sentirmi già a casa”, sono andato a sbattere contro un palo».

La diagnosi e la ripresa

Era l’ottobre 2013, e la diagnosi fu lapidaria: «Non potrai più camminare». E invece, «anche per la competenza del dottor Franco Molteni della clinica riabilitativa Villa Beretta di Costa Masnaga (Lecco), e per la sua insistenza, mi sono lasciato convincere a provare un esoscheletro per camminare e a rimettere in moto la mia vita cercando un nuovo lavoro». Il primo successo è stato professionale: dopo aver frequentato un master in data management in ricerca clinica, Tshiombo ha sottoposto la sua candidatura alla Fondazione Cariplo, dove è stato assunto per selezionare i progetti di ricerca nel campo biomedico.

Primi progressi

Il secondo successo è l’esoscheletro. Convinto dai progressi che stava facendo nel recupero della sensibilità e del movimento — la contusione non è una lesione completa e quindi il midollo pian piano riprende a funzionare — ha testato un esoscheletro riabilitativo chiamato Ekso (costa 180 mila euro ed è in dotazione a pochi ospedali in Italia). «I benefici si sono manifestati lentamente, con miglioramenti nelle funzioni fisiologiche, nei movimenti e nella psiche. Non potete immaginare cosa voglia dire recuperare la stazione eretta, riavere la propria fisicità nello spazio. Con un allenamento continuo riesco a camminare per 500 metri sostenuto da un girello e aiutato da un fisioterapista. E mi avevano detto che non mi sarei mai mosso dalla sedia a rotelle».

La riabilitazione e l’attesa

Ma attenzione, sottolinea l’ex chirurgo, questi risultati sono per pochi fortunati. «Io sono uno dei pochissimi ad avere una lesione incompleta. Ma l’uso di questi strumenti riabilitativi può portare benefici a tutte le persone con disabilità motoria (e ictus). Stando in piedi, stavo meglio anche seduto». Il futuro? «La ricerca robotica va veloce. La notizia più recente parla di una tuta, una sorta di muta, che si può vestire e funziona da esoscheletro allo studio a Dresda. Poi ci sono il Politecnico di Milano e l’IIt di Genova… Uno studio che corre anche grazie ai fondi per la ricerca militare, non scordiamoci che queste tecnologie servono anche come supporto per i soldati in guerra. Vedremo a breve molti ausili assistenziali che forse potranno aiutare i disabili a migliorare la loro qualità della vita». In attesa di una cura.

Fonte: corriere.it

(s.c./l.v.)

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Simone Croce

Simone Croce

Mi chiamo Simone, sono nato nel 1990 e mi definiscono il cuore sportivo del gruppo: non c’è disciplina sportiva – olimpica e paralimpica – di cui non abbia notizia in merito a punteggi, giocatori, livelli in classifica.

Nell’ultimo anno, mi sono lanciato in una nuova avventura di speaker radiofonico e conduttore di video interviste scoprendo un lato di me ironico e socievole.

Sulla redazione di articoli ancora ci sto lavorando… non a caso il mio soprannome è quello di “uomo sintesi”….. ce la farò (e ce la faranno i miei colleghi Volonwrite!) a cavarmi più di due righe?