Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Alessia Gramai

L’appuntamento serale della seconda giornata del Festival dei Diritti Umani ha un titolo breve, quasi telegrafico: eppure il TALK apre a un mondo di confronti e di riflessioni ampissime sul tema della disabilità e del suo rapporto con i diritti sociali. Presenti Luigi Manconi, presidente di “A Buon Diritto”, Marilisa d’Amico, prorettore dell’Università degli Studi di Milano, e Ciro Tarantino, sociologo.

L’emergenza Covid ha portato la società a riflettere sui confini, sulla limitazione della libertà personale, sui vissuti di segregazione e scollamento dal mondo esterno; eppure, quando tutto questo finirà, ci sarà una fetta di popolazione che ancora vivrà tutto questo. Aver assaggiato, per via della quarantena, l’assenza del tessuto relazionale e sociale, e la nostra presenza “partecipata” nella comunità, può essere di partenza per una nuova concezione della marginalità comunitaria, di qualsiasi tipo sia.

La marginalità della disabilità non è, come è stato detto nella giornata precedente del Festival, legata ai limiti (che, sono tali se la società li rende tali); quanto più legata al vuoto legislativo – soprattutto nella dimensione applicativa – e a un vuoto culturale intorno alla disabilità stessa. Per Luigi Manconi “viviamo nella società dello scarto”, dove lo scarto è la fetta di “popolazione improduttiva, disabili, anziani, e non solo”; questa visione diffusa porta a leggere la società a cui apparteniamo “con una luce inquietante e crudele”. Tale assetto culturale è “segno di una forte arretratezza civile”, afferma Manconi: ci son state troppe poche battaglie civili per i diritti dei disabili, basti pensare alla legge che regola le barriere architettoniche: una battaglia di inclusione che viene concepita come rivolta a una minoranza esclusiva, perché la società nel complesso sembra non occuparsene, portando però a “una violazione quotidiana delle norme presenti”; basti pensare ai parcheggi riservati ai disabili, spesso raccontati come una scocciatura, un privilegio.

Spesso ciò che viene regolato dal punto di vista legislativo, è così contorto che le persone per cui sono state pensate le norme non vi possono accedere: afferma D’Amico che la legge cosiddetta del “Dopo di noi” è attiva solo per 6000 persone sul territorio italiano. Un’inezia rispetto al numero dei potenziali aventi diritto, che spesso trovano lunghezze burocratiche lunghissime.

Eppure, nonostante viviamo in uno stato sociale, non è sempre una questione di scelte finanziarie, quanto culturali: Tarantino sottolinea come una progettualità adeguata basata sull’indipendenza delle persone disabili abbia bassi costi finanziari, ma necessiterebbe di una base culturale completamente diversa: già dal nome della legge, la “Dopo di noi”, il soggetto al centro non è la persona disabile. Altra barriera, secondo Tarantino tutta italiana, dell’applicazione delle leggi per le persone disabili, è la tendenza “alla sperimentazione residuale”. “Viviamo continuamente in un ambiente di sperimentazione, dove nulla è mai sicuro perché lo si sperimenta continuamente, e quindi non diventa mai la logica sottostante a un sistema”. Quelli della disabilità sono scelte “a MA…residuo”, secondarie rispetto alle narrazioni legislative e applicative dominanti, sempre relegati a un “poi” che non arriva mai.

Fino a quando la concezione della disabilità come marginalità che non accede ai diritti civili – di cui dovrebbe appropriarsi di diritto – non diventa un “Intollerabile antropologico” (come lo diventarono i manicomi alla fine degli anni ’70), si manterrà “un’economia della segregazione”, afferma Manconi, che continuerà a basare la vita nelle strutture per disabili, anziani, e psichiatrici sulla contenzione (anche fisica).

Necessario, per i tre ospiti, partire da “La libertà di scelta del singolo, una struttura di welfare realmente basata su di essa, e l’effettività dei diritti sociali come diritti di libertà”, in un circolo virtuoso che renda, per la società, la marginalità e l’esclusione intollerabile dal punto di vista culturale.

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