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I Carabinieri, la disabilità e il ruggito del maresciallo Giangrande

Lo hanno chiamato eroe. Li chiamano sempre eroi quando muoiono o restano gravemente feriti. Ma il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Giangrande non lo è. È un carabiniere e basta, con una grave disabilità. È papà di Martina e vedovo di Letizia morta appena tre mesi prima che un uomo, davanti palazzo Chigi, sparasse contro di lui e la sua squadra mentre al Quirinale giurava il Governo Letta.
Di Giuseppe Giangrande e della sua vicenda si è detto tutto. Ma nel turbinio mediatico, oltre la cronaca, oltre le reazioni di pancia del pubblico, c’è stata, accanto a questa famiglia, la presenza forte dell’Arma e delle più alte cariche istituzionali. Ciò ha permesso a Giuseppe e a Martina di non disperdersi in cento rivoli, di restare semplicemente un padre e una figlia che quotidianamente pagano lo scotto alla disabilità e a quell’inevitabile isolamento interiore che deriva da una condizione acquisita di diversità.

I mercoledì che il colonnello Roberto Riccardi ha trascorso in casa Giangrande, seduto accanto al letto su cui il maresciallo passa gran parte della sua giornata, sono diventati un punto fermo nella sua vita. Il libro che ne è scaturito permetterà ai lettori di conoscere le vite vere delle persone e delle famiglie che riempiono di senso e di forza l’Arma dei Carabinieri.
Il prezzo della fedeltà – storia di Giuseppe Giangrande, di Roberto Riccardi è edito da Mondadori.
Della sua recentissima presentazione a Firenze, ha parlato sul Corriere della Sera Marco Gasperetti

La vita dei Giangrande, come quella degli amici e dei colleghi che ruotano attorno a loro, è riportata nei particolari più intimi, quelli in cui chiunque può riconoscersi. Storie, molte di disabilità, sono inscritte in quella più grande dell’Istituzione.

La disabilità di Giangrande non è invisibile:«Dal fango della disgrazia sono nati molti fiori – scrive Riccardi nel prologo – : la solidarietà del Paese e delle autorità, le medaglie e i riconoscimenti, il sostegno materiale e morale, la promozione a maresciallo. Nulla che potesse compensare il danno fisico patito. Acqua sotto i ponti della memoria collettiva, sempre esposta a nuovi avvenimenti da ricordare, sempre pronta a creare spazio cancellando fatti e persone del passato anche recente».
Un’osservazione che richiama alla mente chi, acquisita una disabilità, soffre l’allontanamento o il cambio di atteggiamento delle persone più vicine: timore di non sapersi porgere, paura di offendere, malcelata non accettazione pesano sui rapporti che appassiscono, piegandosi senza sbocciare.

Qui invece i rapporti non perdono vigore. E dicono di affetti basati sulla stima e non sul bisogno; parlano di una disciplina antica che mette al centro la considerazione dell’altro, dentro e fuori dai turni di lavoro. Dice della forte connotazione sociale del lavoro dell’Arma, che anche tra le famiglie trova terreno di applicazione.

Il libro offre due interessanti capitoli, sul concetto di vittima e sul perdono. Si apre così la sfera più intima dei pensieri di Giuseppe Giangrande. Il perdono non può essere concesso, non per un sentimento di astio da reazione, ma per il danno irreparabile causato da un «atto deliberato e incomprensibile» sulla vita di più persone.

Se oggi parliamo ancora del maresciallo Giangrande attraverso il libro del col. Riccardi, è per onorare, in prossimità della Festa dell’Arma, tutte le vittime che hanno riportato gravi disabilità in servizio (molti sono diventati atleti paralimpici e sfilano alla parata del 2 Giugno).
Lo facciamo anche per il trasporto con cui il nostro Antonio Malafarina indirizzò a Giangrande, anzi a Giuseppe, una lettera straordinaria: «Il tuo punto di vista sulle cose è per noi fondamentale. Tu, con l’educazione che hai contribuito a conferire a tua figlia e lei con quella forza d’animo, grande lezione di vita, che sembra così estranea ai giorni nostri, ci avete comunicato che l’unione, la famiglia, è determinante per lo sviluppo della nostra cultura. Del nostro costume. Della nostra entità di popolo. Aiutami a credere che questa non è una collettività in declino. Aiutami, con il tuo ruggito, quel ruggito che non è prevaricazione ma è segnale della propria presenza nella giungla globalizzata e non è grido ma voce, ad avere fiducia.»

Forse il libro di Roberto Riccardi è la risposta che Malafarina e noi tutti attendavamo.È uno spaccato sulla costruzione dolorosissima del futuro, comune a moltissime famiglie con persone disabili, perché «non c’è un piano B». Eppure, annota Riccardi: «È strano, il peso del dolore non schiaccia queste pareti che ne hanno visto così tanto, al contrario ti offrono un sorriso. E il pensiero corre a mille cose, che sbagliando consideriamo problemi.»

Al colonnello Riccardi, il maresciallo Giangrande affiderà una lettera per la figlia, una lettera difficile per chi, come loro, ha condiviso tutto, scambiandosi i ruoli: «Tu sai tutto e meriti tutto, una per una le stelle del cielo e quando finiscono un altra ancora. Tu sei la figlia che chiunque vorrebbe avere». Martina saprà di questa lettera solo il giorno della presentazione del libro. Giangrande vi appare determinato nel volersi riappropriare del proprio ruolo di padre, di educatore – colui che conduce fuori (altrove)- quasi intimando alla figlia di riprendere il suo lavoro e le redini della propria vita, augurandole di avere un amore con cui condividere l’esistenza: «Ti auguro figli come la mia», è la conclusione sommessa della lettera.
C’è tutto il peso del tema del caregiver, della difficoltà di trovare una sostituzione valida del familiare assistente perché si possa instaurare al più presto un regime di vita indipendente e valida per entrambi.

«Sappiamo che qualcuno, per Giuseppe e Martina, ci sarà sempre» chiosa Riccardi  «Viviamo per gli altri, sperando che il libro diventi un sassolino. Magari piccolo, ma piantato proprio lì, sulla discesa fra queste vite e l’oblio. Perché il ricordo non possa scivolare.»

Fonte: invisibili.corriere.it

(s.c./m.m.)

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Simone Croce

Simone Croce

Mi chiamo Simone, sono nato nel 1990 e mi definiscono il cuore sportivo del gruppo: non c’è disciplina sportiva – olimpica e paralimpica – di cui non abbia notizia in merito a punteggi, giocatori, livelli in classifica.

Nell’ultimo anno, mi sono lanciato in una nuova avventura di speaker radiofonico e conduttore di video interviste scoprendo un lato di me ironico e socievole.

Sulla redazione di articoli ancora ci sto lavorando… non a caso il mio soprannome è quello di “uomo sintesi”….. ce la farò (e ce la faranno i miei colleghi Volonwrite!) a cavarmi più di due righe?