Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Alessia Gramai

Il TALK del terzo giorno di Festival si apre con un riassunto della giornata e un approfondimento su storia e disabilità, con Matteo Schianchi, storico e ricercatore Università Bicocca di Milano e Mario Paolini, musicoterapeuta, pedagogista e formatore. Un excursus ampio sulle persone disabili nella storia e sulla concezione di disabilità che ha caratterizzato la società civile occidentale, soprattutto negli ultimi secoli. Sottolineata l’importanza attuale di non pensare più alle persone disabili come “oggetto” in mezzo ai soggetti sociali, ma come “persone, che vivono con noi, rivendicatrici di diritti tanto quanto gli altri”. Dopo l’apertura, viene intervistato Luca Trapanese della Onlus “A Ruota Libera” e padre di Alba, bambina con Sindrome di Down. Alba e Luca si sono incontrati, diventando una famiglia, solo dopo che sette coppie di genitori non si erano sentite di prenderla in affido: “Queste famiglie non sono da considerare colpevoli, è la concezione della disabilità che va cambiata”, afferma Trapanese. La società impone “modelli troppo alti”, che portano a spaventarsi di fronte all’arrivo di un figlio disabile; e quando succede non viene fornito nessun supporto: “la famiglia viene lasciata sola: basti pensare alle trafile burocratiche della 104”. È qui che interviene il privato sociale: “Tutto ciò che esiste per sostenere i bimbi e le famiglie nasce dalle famiglie stesse, non dalle istituzioni”. Con la sua Onlus, Trapanese offre percorsi di “Educazione familiare alla disabilità”, un supporto informativo – e non solo- per passare il messaggio che la disabilità non sia né una macchia né una difficoltà insormontabile, ma solo una caratteristica che crea unicità: “Se Alba non avesse la sindrome di Down non sarebbe Alba, ma un’altra persona”. Non è un’illusione, nè un’edulcorazione della realtà: “ma se pensiamo che tutti siamo difettati e imperfetti, chi siamo noi per decidere chi è normale e chi no?”.

E proprio la trasformazione possibile della normalità viene indagata nel progetto di Altravoce, di Silvia Franzoni, che offre percorsi educativi e riabilitativi musicali: “la complessità dà soddisfazione a tutti”, dice, e quindi non va negata a nessuno. La complessità della musica classica, la complessità degli strumenti musicali, la complessità dell’inclusione e del sentirsi parte di un gruppo appunto complesso, come può essere quello di un’orchestra, supportano qualsiasi tipo di individuo, con le sue peculiarità ed eventuali difficoltà.

Ciò che è complesso può far paura, e spesso l’umanità ha usato esclusivamente metodi di segregazione e di contenzione per la gestione della complessità. Disobbedire a tutto questo è possibile, e ci rende uomini giusti. La storia di Franco Basaglia è quella di un uomo giusto, afferma Gabriele Nissim, presidente di “Gariwo, la Foresta dei Giusti”. “Chi è un uomo giusto? È quello che, come Antigone, non accetta che la società abbia regole disumane e non accettando le regole, vi si ribella attivamente, combattendo la disumanizzazione che si crea quando in una società alcune persone sono considerate superflue”. E Basaglia ha iniziato così, con un no: alla contenzione fisica delle camicie di forza nei manicomi, fino a una riformulazione non solo delle strutture ma della concezione sociale della malattia mentale e dell’esclusione sociale che comportava. Importante e toccante la presenza in questo TALK di Alberta Basaglia, vice presidente della Fondazione Basaglia, che con il suo contributo dà ampiezza e densità alla figura di “uomo giusto”.

Massimo Ciri e Peppe Dell’Acqua si confrontano sulla disobbedienza civile che Basaglia ha posto come primo passo per un cambiamento radicale: le persone con disabilità psichiche, se sono ridotte alla loro diagnosi “diventano solo un oggetto medico”. “Il modello medico non può essere l’unico, il suo ruolo è quello di accompagnare la crescita e la cura sociale e relazionale”. Se le persone non sono solo un oggetto medico “le possibilità aumentano, e ce ne sono tante”: tante che bastano per sostenere una vita degna, a prescindere dalla disabilità presente.

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