Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen Nemrac Riccato

Ho pensato a mille modi per iniziare a raccontarvi la mia visione de Il vizio della speranza il nuovo film di Edoardo De Angelis, per me il lavoro più atteso di tutta la stagione cinematografica appena iniziata. Come tutte le cose che ami di più, è come se faticassi a parlarne in prima persona con quella sorta di lente d’ingrandimento comunque contaminata dall’emozione, dalla comprensione profonda del modo che il regista ha di raccontare.

Avevo amato molto il suo lavoro precedente Indivisibili:  una storia che mi ricordava molto la mia vita (una gemella con cui condivido molto più della immaginabile somiglianza), la difficoltà di scegliere strade diverse con la gravità e la condivisione che mitigano i desideri in una continua negoziazione a cercare l’equilibrio impossibile tra volontà e possibilità. Entrambi gli ultimi lavori di De Angelis sbocciano e fioriscono nella stessa terra in cui Marcello, il protagonista di Dogman, cercava la sua redenzione, sotto il livello del mare, insegnando la reciprocità dell’amore a sua figlia per la stessa ragione per cui aveva accettato di sporcarsi le mani. Maria, la protagonista de Il vizio della speranza, con Marcello ha in comune un velo di muta sofferenza che le ingrandisce gli occhi anche semplicemente nel guardarsi intorno, in un giorno qualunque: sempre con lei c’è Cane, il suo cane femmina senza nome per scelta e paura del distacco, dissimulate perfettamente in una routine dove non c’è spazio per l’empatia.

La storia di Maria inizia il giorno in cui il giostraio-pescatore del posto la ripesca dal fiume, appena adolescente, con il vestito della festa tutto insanguinato. A vent’anni di distanza Maria porta ancora i segni nel suo camminare a falcate veloci quanto silenziose, evitando gli sguardi di chi la conosce da sempre, nascondendo la sua infinita chioma di capelli castani, e con loro la sua essenza femminile, dentro un cappuccio color del cielo. Porta i segni invisibili nel suo “dentro rovinato come se fosse un vaso che è stato rincollato” nelle lacrime che sgorgano mute, nel suo obbedire senza domande alle richieste di Donna Marì, la donna che l’ha salvata dalla strada facendone il suo braccio destro nel suo giro di traffico di esseri umani. Sì perché Donna Marì, vende i figli desiderati (e non) delle giovani donne costrette a vendersi per sopravvivere, senza nemmeno il tempo per concedersi d’immaginare un alternativa possibile.

Sì perché, se nasci donna, in microcosmi come questo, o sei moglie o sei una “mignotta”, non esistono vie di mezzo. Ma questa storia è la prova che una terza via esiste se solo la si sceglie: così, un giorno qualunque, lungo il Volturno tutto è diverso. Maria, da sempre a disagio nella sua stessa nudità, si ritrova a carezzarsi il ventre gonfio, che inaspettatamente s’è fatto dimora di un miracolo. Il suo vaso rotto s’è fatto nido.

Ora restare nella sua casa è diventato pericoloso, il suo lavoro inaccettabile: non le resta che discendere il fiume e andare verso il mare, inseguire la libertà di un futuro diverso e possibile. Il bimbo dentro di lei la spinge a cercare la complicità di chi può comprendere la sua ricerca di una possibilità. Incontrerà Virgin, la bimba venduta e restituita perché diversa ed imperfetta; ritroverà Pengue l’uomo che l’aveva salvata sul fiume, il giorno della sua prima comunione. Da questo momento è la sua stessa ferita indicibile a scrivere l’inizio del suo nuovo orizzonte di libertà dove l’empatia che sgorga da un desiderio di leggerezza completa la consapevolezza di voler scegliere il proprio destino.

Ciò che è veramente potente di questa storia e della sua protagonista è la determinazione nel costruire un’ alternativa in quello stesso contesto che l’ha vista nascere e forgiarsi lontano dagli stereotipi socio-culturali del luogo. Di tutto questo, l’aspetto più interessante è che Maria non giudica mai nessuno, sospende il giudizio, ma la nuova vita che le cresce dentro però le da la forza di ribellarsi, forse per la prima volta, al sistema di cui lei stessa è cruciale ingranaggio.

Il giorno dopo, tornando alla mia ruotine di tabaccaia di pianura che quel Fiume dal vivo non l’ha mai visto, mi ritrovo a portare in me segni e strascichi di questa storia, fino a scoprire che, nella Smorfia, il Vizio e la Speranza sono identificati con lo stesso numero. Non sono superstiziosa ma mi sono ritrovata a pensare che vizio e speranza, sembrano avere lo stesso destino, declinare l’Umanità che vibra in ognuno di noi. È un antico codice-sistema di numeri, a Napoli, per interpretare la Realtà e cercare la Fortuna

Categories: News

Comments are closed.