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Io, ambasciatore della Wings for life world run

“Esplora il significato del termine: Interpretare la corsa come la metafora della propria vita è quanto di più semplice io possa fare. E lo è ancora di più se si tratta di una corsa che mi sta particolarmente a cuore, tanto da spendermi di persona come media ambassador insieme a molti volti ben più noti del mio come quello di David Coulthard e Lindsey Vonn, Giorgio Calcaterra e Fiammetta Cicogna: la Wings for life world run che si svolgerà a Milano l’8 maggio. Tra un mese esatto.

Il meccanismo della competizione prevede che un’auto, a mezz’ora dal via, parta aumentando la velocità a intervalli regolari di tempo e raggiunga i partecipanti, eliminandoli. Un’auto bianca oggi come allora.

Fu un’auto bianca di cui si persero le tracce che il 25 aprile di 16 anni fa mi falciò rendendomi paraplegico. Oggi un’auto dello stesso colore mi dà la speranza di poter tornare a correre davvero. Con le mie gambe. I fondi raccolti dalle iscrizioni dei partecipanti finiscono interamente alla ricerca per trovare una “cura” alle lesioni midollari (uno dei progetti più promettenti finanziati): i costi dell’organizzazione dell’evento sono, infatti, coperti dagli sponsor.

Interesse personale, lo ammetto. O forse non solo. Tutti noi nella nostra vita abbiamo avuto un’auto bianca (una persona, un’avventura, una malattia) che ha rallentato o interrotto la nostra corsa verso il futuro. Pensateci bene. Ripercorrete la vostra esistenza e provate a ricordarvi di quella volta in cui… l’avete scampata. C’è chi è stato più fortunato e chi invece lungo il percorso oltre alle gambe ha perso pure i suoi sogni. C’è chi i desideri comuni a tutti noi, un amore, un lavoro o più semplicemente una vacanza, non li ha mai nemmeno potuti accarezzare.

Non si va in ferie dalla disabilità. La disabilità è un marchio, più o meno invisibile, che porti impresso. Pesa come fosse una colpa che non riesci a lavarti di dosso, come se in una società così votata al bello e al perfetto, tu rappresentassi la nota stonata di una partitura celestiale. Un esempio di questo disagio? L’anno passato ho partecipato alla stessa competizione che si svolgeva, però, a Verona e, grazie allo spingitore ufficiale, il mio amico Walter Sandoni, ho superato il traguardo dei 10 km. Ero tanto felice dell’obiettivo raggiunto, quanto imbarazzato di ricevere tanti applausi lungo il tragitto. Cosa stavo facendo per meritarmi tanta attenzione? Nulla, anzi, per una volta, stavo facendo qualcosa per me stesso, stavo cercando di liberarmi la coscienza dal peso di essere disabile.

Quanti “Ma se quella sera invece di percorrere quel tratto di strada…”, “se solo avessi anticipato o ritardato il rientro…” ci sono stati in 16 anni? Inutili contro il destino. Sono fatalista, ma un fatalista razionale. Un fatalista fortunato, forse perché quei sogni da ragazzo di 26 anni (l’età che avevo quando subii l’incidente) in un modo o nell’altro li ho realizzati. Splendida moglie e il lavoro per cui avevo studiato e che mi consente di viaggiare. Sono mancate altre cose che forse, anche se la mia vita non fosse stata contrassegnata da un incontro ravvicinatissimo con l’asfalto, non ci sarebbero state. Oggi corro con alcuni amici (il team di InVisibili), per me stesso e per chi potrebbe aver bisogno di un piccolo incoraggiamento dopo aver incontrato la sua auto bianca, quella che rallenta, ma non deve mai fermare la corsa della vita.

” src=”http://dizionari.corriere.it/images/info.gif” alt=”” border=”0″ />Interpretare la corsa come la metafora della propria vita è quanto di più semplice io possa fare. E lo è ancora di più se si tratta di una corsa che mi sta particolarmente a cuore, tanto da spendermi di persona come media ambassador insieme a molti volti ben più noti del mio come quello di David Coulthard e Lindsey Vonn, Giorgio Calcaterra e Fiammetta Cicogna: la Wings for life world run che si svolgerà a Milano l’8 maggio. Tra un mese esatto.

Il meccanismo della competizione prevede che un’auto, a mezz’ora dal via, parta aumentando la velocità a intervalli regolari di tempo e raggiunga i partecipanti, eliminandoli. Un’auto bianca oggi come allora.

Fu un’auto bianca di cui si persero le tracce che il 25 aprile di 16 anni fa mi falciò rendendomi paraplegico. Oggi un’auto dello stesso colore mi dà la speranza di poter tornare a correre davvero. Con le mie gambe. I fondi raccolti dalle iscrizioni dei partecipanti finiscono interamente alla ricerca per trovare una “cura” alle lesioni midollari (uno dei progetti più promettenti finanziati): i costi dell’organizzazione dell’evento sono, infatti, coperti dagli sponsor.

Interesse personale, lo ammetto. O forse non solo. Tutti noi nella nostra vita abbiamo avuto un’auto bianca (una persona, un’avventura, una malattia) che ha rallentato o interrotto la nostra corsa verso il futuro. Pensateci bene. Ripercorrete la vostra esistenza e provate a ricordarvi di quella volta in cui… l’avete scampata. C’è chi è stato più fortunato e chi invece lungo il percorso oltre alle gambe ha perso pure i suoi sogni. C’è chi i desideri comuni a tutti noi, un amore, un lavoro o più semplicemente una vacanza, non li ha mai nemmeno potuti accarezzare.

Non si va in ferie dalla disabilità. La disabilità è un marchio, più o meno invisibile, che porti impresso. Pesa come fosse una colpa che non riesci a lavarti di dosso, come se in una società così votata al bello e al perfetto, tu rappresentassi la nota stonata di una partitura celestiale. Un esempio di questo disagio? L’anno passato ho partecipato alla stessa competizione che si svolgeva, però, a Verona e, grazie allo spingitore ufficiale, il mio amico Walter Sandoni, ho superato il traguardo dei 10 km. Ero tanto felice dell’obiettivo raggiunto, quanto imbarazzato di ricevere tanti applausi lungo il tragitto. Cosa stavo facendo per meritarmi tanta attenzione? Nulla, anzi, per una volta, stavo facendo qualcosa per me stesso, stavo cercando di liberarmi la coscienza dal peso di essere disabile.

Quanti “Ma se quella sera invece di percorrere quel tratto di strada…”, “se solo avessi anticipato o ritardato il rientro…” ci sono stati in 16 anni? Inutili contro il destino. Sono fatalista, ma un fatalista razionale. Un fatalista fortunato, forse perché quei sogni da ragazzo di 26 anni (l’età che avevo quando subii l’incidente) in un modo o nell’altro li ho realizzati. Splendida moglie e il lavoro per cui avevo studiato e che mi consente di viaggiare. Sono mancate altre cose che forse, anche se la mia vita non fosse stata contrassegnata da un incontro ravvicinatissimo con l’asfalto, non ci sarebbero state. Oggi corro con alcuni amici (il team di InVisibili), per me stesso e per chi potrebbe aver bisogno di un piccolo incoraggiamento dopo aver incontrato la sua auto bianca, quella che rallenta, ma non deve mai fermare la corsa della vita.

Fonte: corriere.it

(s.c./mjp)

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The Author

Simone Croce

Simone Croce

Mi chiamo Simone, sono nato nel 1990 e mi definiscono il cuore sportivo del gruppo: non c’è disciplina sportiva – olimpica e paralimpica – di cui non abbia notizia in merito a punteggi, giocatori, livelli in classifica.

Nell’ultimo anno, mi sono lanciato in una nuova avventura di speaker radiofonico e conduttore di video interviste scoprendo un lato di me ironico e socievole.

Sulla redazione di articoli ancora ci sto lavorando… non a caso il mio soprannome è quello di “uomo sintesi”….. ce la farò (e ce la faranno i miei colleghi Volonwrite!) a cavarmi più di due righe?