Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Irene Formento

Discriminare. Isolare. Deridere. Indebolire. Allontanare. Rinchiudere. Distruggere. Chi viene considerato diverso dalla maggioranza e dagli stereotipi di perfezione imposti dalla società, rischia questo. La sua presenza toglie omogeneità alla massa, crea complessità e, spesso, mette in difficoltà o a disagio chi vuole avere una visione d’insieme pulita ed omogenea. Molto più semplice eliminare il diverso, piuttosto che cercare di comprenderlo e, se necessario, creare qualcosa per includerlo nella società. La diversità ci coglie impreparati, ci spiazza e tutto ciò spesso ci spaventa. Quel che si allontana da ciò cui siamo abituati ci mette a disagio, ci obbliga ad uscire dallo schema mentale a cui eravamo abituati. Davanti a ciò che esula dalla normalità o dalle aspettative comuni, in molti si sentono smarriti ed in difficoltà, si fanno prendere dal panico e cercano di eliminarlo. Comprensibile: per immaginare la possibilità di vivere al di fuori degli stereotipi serve coraggio e fantasia… purtroppo, ad oggi, qualità non così comuni.

Il momento in cui un essere umano possa aver deciso di annientare sistematicamente alcuni suoi simili rimane una delle pagine più nere della Storia, ha lasciato che la paura delle differenze si tramutasse in disprezzo, che una caratteristica, considerata come riprovevole, permettesse di dimenticare tutto ciò che accomuna le persone. Alla paura è stata fornita la risposta più difficile e più atroce: l’eliminazione di chiunque fosse o sembrasse diverso. Credo che la discriminazione, oggi come ieri, sia il tentativo di nascondere le proprie “debolezze”, evidenziando, criticando e deridendo quelle altrui. Denigrare il diverso e ciò che non si conosce, oltre che maltrattare ingiustificatamente un soggetto, indica la presunzione di stabilire quali caratteristiche personali possano essere  qualificate virtù, difetti tollerabili, o inaccettabili.

Ci si rifugia nel negare la possibilità che modi di vita, colore della pelle, handicap, orientamenti sessuali o altro possano coesistere pacificamente, senza che l’una venga moralmente o eticamente ritenuta “più giusta” delle altre. Secondo il mio modesto parere, oltre ai numeri ed alle date, ciò su cui ci si deve soffermare rimane la scelta di “purificare” la massa, eliminando chiunque non rientri nei canoni di bellezza o di conformità decisi da “qualcuno”. Come se si stesse parlando di una produzione di oggetti: quelli che si allontanano troppo dal modello iniziale, si mettono da parte, si distruggono. Aver paura è sempre un rischio, per sé e per gli altri: ci si nega la possibilità di conoscere, di capire e, perchè no, di contaminarsi ed imparare qualcosa di nuovo. Invece di accettare ogni persona per come si presenta, ci si protegge dietro a schemi conosciuti: il corpo che non funziona è malato, in Italia si ha la pelle rosa, un uomo sposa una donna… Non esiste altro. Se esiste è un errore di programmazione e si deve subito ricondurre alla “normalità”.

La tutela della minoranza non ha solo lo scopo di evitare l’estinzione, ma di avere la certezza di essere poi tutelati, quando si sarà più deboli. Ogni soggetto non può essere descritto con una sola etichetta, ed allo stesso modo non si può discriminare una persona solo per un carattere. Io, ad esempio, ho una disabilità, ma sono anche donna, sportiva, lavoratrice, inquilina, figlia, autrice, di pelle bianca, spettatrice e altro; rientro in parte nelle categorie “forti”, di maggioranza, e per altri aspetti vengo considerata un soggetto debole. Aver memoria, secondo me, oggi significa sapere che la paura infondata delle differenze può diventare molto pericolosa. Cavalcare l’onda dell’intolleranza, della rabbia o della paura è rischioso non solo per i soggetti “deboli”, ma anche per chi la utilizza.

La razza, la religione o la disabilità sono stati storicamente denigrati e discriminati, ma nessuno assicura che un giorno questo non possa poi accadere alle persone basse, a chi ha l’apparecchio ai denti, a chi porta i tacchi o a chi non legge libri. Giudicare implica l’accettazione di essere giudicati, denigrare di essere denigrati, ferire di essere feriti. Allo stesso tempo se si cerca di costruire attorno a noi un ambiente accogliente e libero da stereotipi, sapremmo, per ciò che riguarda tutte le nostre caratteristiche personali, di poter sempre essere accolti.

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