Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Mauro Costanzo

Non sono frasi fatte, ma oggi fare memoria, conoscere il passato, riflettere sulle pagine più nere della nostra storia ha un valore inestimabile, lo ha sempre avuto, ma in questo momento storico la conoscenza riveste anche un ruolo salvifico. Conoscere in maniera non superficiale gli eventi che hanno segnato tragicamente un’epoca oscura rappresenta un fatto, oltre che culturalmente rilevante, anche auto-difensivo verso quei focolai di razzismo, di antisemitismo e di omofobia che si espandono sempre più in nome di una subcultura che lascia esterrefatti tanto per usare un eufemismo.

Lo smarrimento si acuisce quando questo becerismo di maniera si espande da fonti vicini alle istituzioni ed è imperniato nei palazzi di potere. Non serve andare molto lontano con la memoria, basta rivolgere il pensiero alle ultime gestioni dei flussi migratori per rabbrividire: oggi, quindi, ci si trova davanti ai discriminati espressi dal nostro tempo. A questo proposito fa sensazione un articolo di approfondimento uscito in questi giorni sulle pagine de “Ilsole24ore.com” sulla mostra “Schedati, perseguitati, sterminati – Malati psichiatrici e disabili durante il nazionalsocialismo”, allestita al Tribunale di Milano e dedicata allo sterminio della persone con disabilità. Per dimensionare un po’ il raccapricciante fenomeno è sufficiente riflettere sul conteggio finale, datato 1945, in terra tedesca. La cifra delle vittime di detto sterminio, che si perpetrava sin dal ’39, si attestava attorno alle 200.00 unità.

In Italia, in quegli anni, lo stesso scempio ebbe a manifestarsi con modalità diverse: ”Un’ampia e acritica adesione della Società italiana di psichiatria (Sip) all’ideologia fascista causò un aumento dei ricoveri nei manicomi e della mortalità in queste strutture” scrive la giornalista del Sole24ore. Archiviata una delle pagine più buie della nostra storia, il concetto di discriminazione ha assunto valenze fortunatamente diverse: nella società di oggi le discriminazioni che si perpetrano nei confronti di chi ha una disabilità s’insinuano nelle piaghe di un sistema che tende, volente o nolente, a creare limiti, anche soltanto non favorendo opportunità.

La non accessibilità a vari livelli è altamente discriminante: il non poter accedere ad uffici pubblici, a strutture sanitarie, ad edifici scolastici ha un surplus di gravità che sconfina con la discriminazione. Lo stesso trasporto pubblico è sempre portatore di barriere e lo è fino ancora di più con i nuovi mezzi acquistati dalla Città di Torino che, invece di apportare migliorie, hanno addirittura peggiorato la situazione precedente.

A livello strettamente personale, a volte ho la percezione che le mie difficoltà nella comunicazione verbale vengano confuse con difficoltà di tipo psichico: il veder chiaro, nel volto del mio interlocutore di turno, la palese incomprensione di quanto da me esposto e constatare un corrispondente cenno di non veritiero assenso mi fa letteralmente inalberare. Lo considero un atto discriminatorio, riesco mai a capire quanto sia “culturalmente voluto” ma lo vivo così, come un atto denigratorio. Un patchwork di situazioni che vanno a formare un quadro che aggiorna i canoni di una discriminazione, certamente con connotati diversissimi rispetto ai fatti sopra accennati, ma che assume contorni subdoli e striscianti.

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