Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen “Nemrac” Riccato

Iniziare la visione de “La paranza dei bambini”, adattamento dell’omonimo romanzo di Roberto Saviano, premiato proprio per il lavoro di sceneggiatura all’ultima Berlinale appena qualche settimana fa, mi ha dato la stessa sensazione di straniamento che ho provato la prima volta che ho visto “Incendies” (La donna che canta) di Villeneuve: in entrambi i casi lo spettatore viene chiamato nel cuore della storia da due occhi scavatori, chiave d’accesso di universi umani agganciati alla geografia, e alla storia di luoghi, troppo spesso raccontati in superficie o attraverso la semplificazione degli stereotipi.

Qui a chiamarci dentro la storia è Nicola, quindici anni e figlio di Vittoria, lavandaia di professione, madre e padre di due maschi, alla ricerca di una quotidianità vivibile nel loro quartiere, anzi Rione. I Quartieriani sono i nemici, sono quelli che chiedono il pizzo a sua madre, che hanno soffiato il rione agli Striano, rispettati dirimpettai il cui capo cosca ora è pentito. Il lascito degli Striano, agli occhi di Nicola è un vuoto, l’erede è un amico d’infanzia a cui ridare la gloria perduta per poter liberare sua madre dall’onere della necessità di lavorare.

Nicola, occhi color del tronco d’una quercia, determinati come la tempra di quell’albero, deve fare del suo piano per sopravvivere una strategia per inseguire la libertà. Ha quindici anni, l’ incoscienza di chi ha tutto da guadagnare e la perseveranza di sbagliare per conoscere il Mondo. Il suo mondo si apre all’empatia solo negli occhi di Letizia, a cui sorride senza freni nell’ imperfezione dei denti e nell’autenticità del bene: per lei costruirà ali di palloncini rossi attorno al motorino, una bolla d’elio per tenere fuori il mondo in cui deve farsi largo e districarsi con le implicazioni del suo agire.

Nicola farà delle sue azioni le tappe d’ un percorso d’ascesa attraverso la criminalità ed insieme la propria umana formazione. L’acquisizione di consapevolezza è un viaggio attraverso le conseguenze dell’amore e le implicazioni delle decisioni per occupare il proprio posto nel mondo: l’ascesa del potere è il cammino verso l’ onnipotenza. In questo scenario, per una creatura come Nicola, un ragazzo della sua età, l’onnipotenza è la Vita senza limiti, illusione d’ immortalità: fin quando la Morte non ti sfiora, non ti riguarda. Quando poi, una notte non qualunque, un proiettile colpisce fermando il tempo, alla Morte nessuno può sfuggire: chi sopravvive ne diviene riflesso, incarnazione e riflusso di quella distruzione che ha sottratto tutto, quel tutto in cui Nicola aveva riposto le speranze, non di cambiamento, ma di pura sopravvivenza.

Il romanzo di Saviano, dietro le ottiche di Giovannesi si trasforma da racconto etnografico di un microcosmo che non teme la globalizzazione a narrazione di una generazione che non conosce orizzonti né limiti generati dalla disponibilità pseudo-illimitata del denaro. La storia di Nicola, il suo percorso di sopravvivenza, la sua ricerca della libertà (che coincide con la ricerca di senso), mutua in una discesa agli inferi, ed è la prova del modo in cui la conquista del potere è inversamente proporzionale alla possibilità di esercitare il libero arbitrio e governare il proprio spazio vitale.

La fotografia di Ciprì illumina di normalità quotidiana ogni evento del racconto, riservando all’iniziazione amorosa il compito di compensare la tragicità della scalata delinquenziale, con momenti di poetica leggerezza, a partire dalle scelte visive: siano i grappoli di palloncini rossi, o l’epurazione dell’ innocenza in un colpo d’acqua e sapone.

“La paranza dei bambini” lascia senza parole, a rimuginare sulla necessità di un’alternativa culturale che trovi il modo per dispiegarsi in quelle stesse strade in cui i motorini sfrecciano, i proiettili sono a portata di tasca, i nemici umiliano, le debolezze distraggono.

Dove i margini marcano, i confini scrivono l’orizzonte e l’umanità di assottiglia.

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