Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen Nemrac Riccato

Vi è mai capitato di dover scrivere o raccontare di una persona cruciale della vostra vita con l’intenzione di doverlo fare per un estraneo, un interlocutore che non conosce direttamente il soggetto della vostra storia? A me è capitato più volte, in fasi diverse della mia esistenza: m’è capitato di far finta d’essere un fotografo, forzandomi ad essere oggettiva ed attenermi ad una cronologia degli eventi con qualche concessione empatica relegata ad aneddoti specifici ed eccezionali. Lo stesso tipo di racconto, una decina d’anni dopo, è risultato molto più empatico e ricco, optando per uno stile completamente diverso: attraverso una premessa al lettore ho costruito una cornice narrativa che mi permettesse di raccontare aneddoti particolari ed unici (com’era quella persona per me) costruendo un vero e proprio percorso di immedesimazione col soggetto del mio tema, offrendone direttamente il punto di vista.

Roma l’ultimo film di Cuaròn, è la dimostrazione, in un racconto per immagini, della possibilità di raccontare di una persona amata, alla giusta distanza (se mai ne esiste una). Primavera 1970, Roma quartiere residenziale di Città del Messico, le due ante semivetrate del portone d’ingresso si spalancano su un breve vialetto interno, una delle due ruote anteriori spiaccica una cacca del cane da guardia in una delle multiple micro manovre che il padrone deve compiere per parcheggiare l’auto senza danneggiarla. Antonio, il capofamiglia sta rientrando da una lunghissima giornata di lavoro, la moglie Sofia l’attende fiduciosa di amorevoli attenzioni senza clamore. Hanno quattro figli, la materia prima dei sentimenti avvampati che li ha fatti incontrare ora nutre le sfumature della cura e dei loro bisogni.

Al fianco di Sofia, in questo rituale del rientro c’è Cleo la più giovane delle donne a servizio che trattiene il cane per il guinzaglio, mentre abbaia eccitato quasi consapevole dell’eccezionalità dell’ evento. Alla fine della cena il capofamiglia non manca di elencare alla moglie le mancanze da parte della domestica proprio sulla soglia della loro stanza da letto, luogo deputato all’intimità che egli non manca di raffreddare debitamente. Ciò che il padrone non ha annoverato nel suo elenco di mancanze, corrisponde a ciò che concretamente sostanzia le giornate di Cleo: l’educazione affettiva dei bimbi, il bucato la preparazione dei pasti la dedizione al mantenimento dell’ordine vivibile in casa.

La mattina seguente il rientro del signor Antonio coinciderà con l’ultima preparazione della sua colazione preferita prima di una partenza per il Canada: abbandonerà i figli per più facili ed attraenti passioni, lontano dalle responsabilità della paternità. Da parte sua Cleo, nella penombra della sua stanza, accoglierà il primo uomo della sua vita, padrone solo del proprio corpo, quale strumento della sua personale realizzazione; la ragazza si ritroverà incinta senza averlo previsto ne tantomeno desiderato.

Cuaròn ci regala una risalita alle radici della Vita (e della libertà) attraverso un racconto nostalgico ed evocativo di un tempo perduto in cui s’è plasmato l’inizio stesso della sua umana esperienza. Un omaggio a coloro che hanno forgiato il suo sguardo pregnante sui luoghi e spazi di questa storia, le stesse donne che sono dovute rinascere da perdite irriducibili: detentrici del potere di sovvertire i loro destini (personali) in nome della loro volontà, chiamate a resistere ed essere le uniche presenze cardinali nella vita dei bimbi. Cuaròn fa dell’organizzazione minimale e dettagliatissima degli spazi, l’arma più efficace per provare la radicalizzazione delle gerarchie sociali, senza dover ricorrere alla retorica delle parole, innestando anche gli eventi straordinari nella quotidianità domestica. Per contrasto, le occasioni di uscita dalla propria routine si trasformano, per la protagonista, in situazioni epicamente pericolose ma, al contempo, confronto/scontro tra destino e desiderio. Lungo la risalita, il riscatto non può che palesarsi nella purezza di una scelta.

Il regista ci offre la sua stessa storia, attraverso l’essenzialità del bianco e nero, con la grana che ricorda la dualità sospesa di Una giornata particolare di Scola. Ce la racconta attraverso una protagonista che ho avvertito da subito come metà e nemesi dei protagonisti di Cronaca di un sogno, uniti e distinti ma anche complementari nel loro essere paradossalmente padroni dei propri destini ancor prima d’esser figli del Tempo che abitano.

Roma ha vinto il Leone d’Oro a Venezia 75, per la sua capacità di integrare il punto di vista della protagonista con la crucialità degli eventi di Città del Messico di quegli anni filtrando il tutto attraverso l’ universo interiore della protagonista: dove non arrivano esperienza e cultura può compensare la contemplazione della Natura, Madre di tutte le imprevedibilità, specchio nella sua matrice ciclica della dualità incomprimibile. L’ empatia dello spettatore con il personaggio di Cleo, assume così infinitesime sfumature che cominciano con la consapevolezza di un orizzonte di possibilità chiuso, rispetto all’avanzamento della scala sociale, per rivelarsi un vero e proprio manifesto della libertà personale nella scelta di abitare ed incarnare il proprio ruolo senza interferenze di un futuro potenzialmente sovvertitore.

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