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Le nuove professioni tecnologiche per non vedenti

L’accessibilità digitale per non essere una barriera architettonica 2.0 deve superare l’esame-disabile, in particolare di quello non-vedente. Perché, spiega a West Stefania Leone divenuta cieca a circa 30 anni, chi non vede è il vero, nuovo professionista in questo campo.

Ci fa capire meglio in che consiste questa particolare expertise.

Si tratta di verificare l’accessibilità dei contenuti pubblici disponibili online. Dai siti web ai documenti scaricabili. Come? Semplicemente usandoli. Prendiamo, ad esempio, un’azienda come Trenitalia. Fondamentale è riuscire a capire e dimostrare se una persona con disabilità sia in grado di prenotare da sola il biglietto o  se il sito interagisca correttamente con le tecnologie assistive installate sulla propria macchina. In particolare per chi non vede si utilizza lo screen reader, un software di lettura di schermo,che decodifica i contenuti in voce sintetica  o in caratteri braille, guidando l’utente nella navigazione, nella lettura e nell’inserimento dei dati. Nella P.A., invece, i problemi sono un po’ diversi. La vera “cartina di tornasole” è verificare se nei vari ministeri ed Enti pubblici il portale web, i documenti, gli opuscoli, i dossier, i video e tutti i vari contenuti multimediali fruibili dagli addetti ai lavori e dai cittadini cosiddetti “normodotati” lo siano realmente per tutti,in particolare anche  ciechi e ipovedenti.

Come nasce la sua idea del non vedente professionista in accessibilità digitale?

Da diverse esigenze. La più importante delle quali è quella di trovare una nuova frontiera lavorativa per i disabili della vista. Dato che le vecchie occupazioni, nelle quali erano relegati, sono in netto, rapido declino, o diventano ogni giorno più complicate. Faccio qualche esempio. Il mestiere del centralinista è destinato a scomparire a causa dei centralini automatici, dei telefonini  e della possibilità di chiamare direttamente  l’interno desiderato. Oppure, come nel mio caso, quello dell’analista programmatore e, più in generale, dell’informatico. A causa del repentino cambiamento delle architetture hardware e software che vanno sempre piu’ in direzione object-oriented. Ossia basate su grafica e immagini. Cosa che complica assai il lavoro ai  non vedenti dato  che ancora non disponiamo di ausili software in grado di supportare correttamente e velocemente le nuove tecnologie. Allora c’è bisogno di riconvertire queste professioni, come io  sto cercando di fare, soprattutto perché negli Enti pubblici sarebbe molto utile e costruttivo avere delle figure esperte di accessibilità e usabilità digitale, in grado di testare e valutare l’accessibilità dei propri siti web, applicazioni e contenuti, senza che siano necessariamente le associazioni a dover fare la parte dei “cattivi”,per far rispettare la normativa vigente. Le persone non vedenti sarebbero adattissime a questo compito e ciò aumenterebbe la possibilità di molti utenti di essere autonomi e accedere alla totalità delle informazioni sul web alla pari dei normodotati. Meta, oggi, ancora lontana, nonostante il fiume di quotidiane lamentele raccolte dalle diverse associazioni.

Servono requisiti particolari per diventare un esperto  di accessibilità digitale?

Sono necessarie alcune competenze di base. Anche se non serve la laurea è sicuramente necessario disporre di un buon livello culturale, ciò è fondamentale per redigere al meglio relazioni e report sui risultati delle verifiche fatte sul campo, diretti ai responsabili dei sistemi informativi di aziende  private o della P.A.,.E, ovviamente, una buona conoscenza della normativa vigente in tema di accessibilità. Ma non bisogna essere dei veri esperti tecnici, l’accessibilità deve essere alla portata di tutti, quindi basta una discreta conoscenza del pc, dei principali dispositivi mobili e di Internet. Last but not least: una buona dose di volontà, curiosità, molta pazienza e grande attenzione anche al più piccolo dettaglio.

Fonte: west-info.eu

(s.c./mjp)

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