Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen Riccato

Quando la combo alluce/indice parlano di un modo di Vivere.

È innamorato di quella Eileen…
Beh però vedo che sta migliorando
Potrebbe soffrire e la sofferenza fisica è nulla si fronte a quella del cuore…

La settimana scorsa vi ho raccontato di quanto la scuola sia il dove fondamentale per imparare l’inclusione e il valore di un talento da sviluppare nel confronto con i propri pari, i propri compagni di classe. Oggi, tenendo presente questo pilastro della socialità, vi racconto la storia di Christy Brown: sesto figlio di una famiglia numerosa, nato all’inizio degli anni Trenta e figlio di una casalinga e di un muratore.

Christy è affetto da paralisi celebrale infantile, con la presunta e unica capacità residua proprio nel piede che dà il titolo al film. Nella sua storia e nella sua quotidianità, l’unica persona a credere sempre nelle sue possibilità è sua madre: la signora Brown, infatti, anche messa di fronte al fatto di doverlo imboccare e di non poterlo iscrivere a scuola è convinta che suo figlio la renderà fiera dei propri sforzi.

Per prima cosa, fa adattare una carriola di legno perché possa andare a giocare in strada con i propri fratelli i quali, adolescenti alle prime scoperte, nascondono le riviste pornografiche proprio sul fondo della carriola sfruttando la complicità ed il corpo del fratello come scudo. Insieme corrono forte, fanno bambinate, scappano ridendo ed ogni volta a Christy si illuminano gli occhi. Crescendo, invece, passa i pomeriggi con le sorelle minori a fare i compiti, riuscendo solo a mugugnare in risposta alla loro richiesta del risultato di un’operazione.

Il giorno del riscatto, però, non è lontano: una sera come tante, infatti, il padre torna a casa abbandonandosi a parole tabù in presenza di Christy.  Quest’ultimo, una volta afferrato il gesso tra l’alluce e il secondo dito del piede sinistro, con tutta la forza dei gomiti raggiunge il centro della stanza grazie a un’unica sinergia rabbiosa. Ed è qui che, attorniato da tutta la sua famiglia spettatrice e spinto dalla forza di un miracolo, segno dopo segno e lettera dopo lettera compone la parola MOTHER sul pavimento. Una nuova pagina bianca di un universo che si schiude.

A quel punto il padre, travolto dalla gioia, lo prende in spalla e lo porta in trionfo fino al pub, dove lo presenta ufficialmente alla comunità grazie a quella parola traghettatrice di un’intelligenza celata dal mutismo dell’incapacità di articolare le parole a voce. Il suo essere “storpio” non lo descrive fino in fondo, non racconta della sua volontà di dipingere, di difendere sua madre e le sue sorelle dai monologhi sessisti del padre e dalla sua violenza, figlia di tutte le sbronze.

Quella parola è anche il segno di incondizionato di amore e gratitudine a colei che non lo ha mai considerato diversamente nel suo essere figlio tra i figli, colei che lungo tutto il film ascolterà i suoi bisogni, assecondandoli anche se questo significherà buttar giù il muro della veranda per farne una stanza a piano terra dove Christy, ormai adulto, possa scrivere e dipingere in uno spazio privato.

Dopo quella sera, gli anni scorrono diversamente fino alla maggiore età, quando ci saranno i risparmi per la sua prima sedia a rotelle ed un primo centro specializzato in città. Qui troverà una terapista, Eileen, che gli offrirà la possibilità di diventare autonomo ed insieme sviluppare tutto il potenziale della comunicazione verbale: le attenzioni che la donna gli riserva in quanto suo paziente, per lui, diventeranno nel tempo tasselli di un sentimento diverso dalla pura affezione legata alla cura, naturalmente non senza conseguenze.

Christy Brown finirà di scrivere la sua autobiografia nel 1954 e la sua storia segnerà il debutto alla regia di Jim Sheridan, anch’egli irlandese. Il film, distribuito nel 1990, varrà a Daniel Day-Lewis l’Oscar per il migliore attore protagonista (ruolo che lo consacrerà ad una carriera di successi, da Micheal Mann fino a divenire l’Uomo di Scorsese). Vincerà l’Oscar anche Brenda Flicker per l’interpretazione, da non protagonista solo sulla carta, di Mrs. Brown.

Analizzando il contesto cinematografico del periodo, questo film – congiuntamente a Rain Man di Barry Levinson, uscito meno di un anno prima – segna un cambio epocale nella narrazione della disabilità nella Settima Arte. Il bio-pic diviene infatti il genere prediletto per il racconto del modo in cui la presenza della diversità trasforma una vita ordinaria. Il mio piede sinistro ha quasi un potere taumaturgico nascosto in un’esistenza fuori dall’ordinario, degna di nota ed ammirazione.

Storie come quella di Christy, e della sua emersione dalla marginalità attraverso un talento, consentono di allargare lo spettro dei sentimenti che portano lo spettatore ad empatizzare con il protagonista, che non viene più visto esclusivamente come un (s)oggetto da compatire (come accadeva con tutta la filmografia sul tema tra gli anni 40-60 in cui i disabili erano il più delle volte vittime sopravvissute alle guerre). D’altra parte, i film come quelli di Sheridan e Levinson attivano negli spettatori più attenti una nuova domanda: meritano di emergere ed essere raccontati solo personaggi “straordinari”?

L’incipit del film, in cui Christy sceglie un vinile come colonna sonora del suo scrivere e della sua autonomia, resta una dei piano-sequenza più potenti della storia del cinema contemporaneo, anche per la sua capacità di raccontare concretamente quanto ogni corpo sia diverso e detenga, nelle sue capacità, la chiave per decodificare il geroglifico della propria storia.

Il film è disponibile online.

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