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Le visioni di Nemrac – Di cuoio intagliato e d’innocenza: la traversata di Charlie Thompson

Ho visto per la prima volta il manifesto originale di Lean on Pete (uscito in Italia con il nome del protagonista Charlie Thompson) sul lungomare del Lido di Venezia durante il 74° Festival del Cinema. Alla vista di quello sguardo cupo sul muso di un cavallo in una giornata assolata, mi ha pervasa una sensazione complicata: la forza di un contrasto irriducibile come la dualità; m’è rimasta dentro per tutto l’inverno come un sogno ricorrente.

Non leggo mai recensioni prima di vedere il film per non avere pre-giudizi ma qualcosa, durante la mia ricerca collaterale sulle opere precedenti del regista Andrew Haigh, ha reso la mia visione interessante ed insieme irrinunciabile: “È un film senza un cattivo”. Dopo aver visto la prima opera di Haigh (Weekend del 2011), questa affermazione mi sembrava tutt’altro che atipica parlando del suo cinema: predilige raccontare frammenti di vita quotidiana di personaggi comuni, esistenze segnate nel profondo, alla ricerca della propria strada lontano dal clamore delle chiacchiere, dalla spettacolarizzazione della tragedia. Quindi, leggere quelle parole è stato come prevedere confermata la potenza di una cifra stilistica ed autoriale.

La storia di Charlie Thompson inizia a Portland dove il ragazzo, appena sedicenne, vive con il padre incallito donnaiolo, nomade per vocazione e lavoratore per forza. Hanno vissuto in diversi posti negli ultimi quattro anni, prima di arrivare a Portland Charlie andava a scuola, era persino nella squadra di football e aveva degli amici che lo invitavano a casa. Ora Charlie corre tutte le mattine, prima che il padre si alzi per andare al lavoro, ed ha trovato un ippodromo vicino casa dove lavorerà come tutto fare per un allenatore di cavalli da corsa. Il cavallo preferito di Charlie è uno scattista, gli somiglia nella silhouette magra e il temperamento guizzante, l’appetito insaziabile e la resistenza che dissimula la miccia della disobbedienza.

Presto le circostanze si complicheranno: il cavallo (che dà il titolo originale al film) perderà la ribalta delle corse andando incontro alla morte; Charlie, da parte sua, non avrà più motivi per restare a Portland: così la cintura del padre, geroglifico d’una storia intagliata nel cuoio, e l’unica foto di famiglia che custodisce gelosamente nella tasca dei jeans lo guideranno verso l’unica possibilità di normalità che gli è rimasta. L’arma segreta di Charlie, alimentata dalla speranza, è qualcosa che una volta ho sentito definire “profumo d’innocenza”, che non lo salverà dall’esperire la violenza né dalla ricerca di soluzioni estreme per portare a termine il suo viaggio, ma gli illuminerà la strada per non perdere la sua dignità di giovane uomo. Tutto sommato lo spaesamento, così come il disagio, possono aprire la strada alla delinquenza ma anche semplicemente restare segni (invalicabili) di una marginalità pericolosa da sperimentare.

La storia di Charlie Thompson è potente proprio nella misura in cui il personaggio combatte con i propri demoni entro i confini del proprio corpo, con quell’aura d’innocenza che si disperde quando lo specchio non riflette più semplicemente la sua figura plastica, ma è il ritratto di come l’esperienza della violenza ha lasciato tracce nelle mani e negli occhi, tanto quanto negli incubi. Quel profumo d’innocenza è stato il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo pezzo: ne avevo sentito parlare solo da un pluriomicida, dietro le sbarre, in una conversazione cruciale con il suo giovane protetto, alla sua prima accusa, il giorno prima la fine del processo in The night of una mini-serie HBO della scorsa stagione.

Alla fine di Lean on Pete ho capito che quel profumo d’ innocenza è l’ultimo scampolo di purezza, ancora palpabile sulla soglia dell’età adulta, mentre con la maturità si manifesta nello spazio e nel tempo dell’empatia, nel momento in cui l’essere umano si rivela artefice della propria libertà.

Carmen Nemrac Riccato

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