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Voglio solo che tu sia la migliore versione possibile di te stessa…
E se fosse questa?

Ogni anno, seppur sempre con l’opposto proposito, mi rifiuto di seguire l’intera diretta degli Oscar. I motivi sostanzialmente sono due: il giorno seguente è lunedì, un giorno lavorativo solitamente strapieno in cui non posso permettermi d’essere uno zombie, e raramente mi trovo in accordo con il premio più importante. Il miglior film, per chi scrive, il novantanove per cento delle volte (eccezione fatta per l’anno scorso) è una delusione.

Così, senza pensarci troppo, la sera dopo la notte degli Oscar vado sempre al cinema appositamente per vedere il film nominato ma escluso dai premi, per guardare dentro le storie a cui il mainstream ha negato la ribalta e i riflettori. Quest’anno è toccato a Lady Bird di Greta Gerwig. Io lo considero il terzo capitolo di una sorta di fenomenologia delle origini (della regista stessa), la sua biografia esperienziale a ritroso: iniziata con ll calamaro e la balena e proseguita attraversando le sue certezze in Frances Ha, fino a Lady Bird con la giovane protagonista pronta a varcare la soglia dell’età adulta con le sue battaglie per frequentare un college che assecondi le sue aspirazioni e i suoi umani talenti.

Allora eccoci catapultati a Sacramento dove Christine, che ovunque si firma Lady Bird e non accetta di essere chiamata col suo nome di battesimo, frequenta l’ultimo anno di una scuola cattolica, desiderando più di ogni altra cosa al mondo di entrare in un college prestigioso a New York (o perlomeno sulla East Coast). Lady Bird vive con i genitori e il fratello maggiore, dove la madre accetta perennemente doppi turni all’ospedale per mantenere la sua famiglia dopo che il marito ha perso il lavoro. La sua migliore amica Julie, ha una (incomprensibile) passione per l’algebra e il cibo del suo amorevole patrigno.

La madre superiora, direttrice della scuola, apparentemente l’ultima persona in grado di comprendere la rabbia della protagonista, si rivela la migliore ascoltatrice del mondo: la spinge ad assecondare la sua “propensione alla performance”. Così, Lady Bird frequenterà il suo primo laboratorio teatrale e si innamorerà per la prima volta, come succede alla maggior parte degli adolescenti in preda alla curiosità di far esperienza della vita ancor prima che degli ormoni. Si innamorerà per la seconda volta, arriverà la notte del ballo e il momento di fare una scelta, di prendere quella decisione che le farà percepire “i quindici centimetri da concedere allo Spirito Santo”, come li chiama la superiora.

Quei quindici centimetri sono la distanza che ci separa dai nostri genitori, ed insieme la misura in cui gli somigliamo, con il destino scritto nel nome che loro hanno scelto per noi. Il nome di nascita ci appartiene quando accettiamo che includa la nostra storia, con le battaglie vinte per farci definire dai soprannomi che ci siamo scelti. Lady Bird spiccherà il volo in una mattina di sole, da auditrice “invisibile” delle prove d’una messa cantata, nella consapevolezza che il posto da cui proveniamo è l’inizio d’un viaggio che rende il vissuto il (nostro) primo, incomprimibile, bagaglio umano. Gerwig racconta questa storia in modo lineare, attraverso eventi cruciali ed insieme comuni, con il conflitto generazionale, narratore degli universi interiori dei personaggi, a valorizzare il potere delle differenze.

Al termine di queste riflessioni (personalissime) mi rendo conto di quanto premiare The shape of water (in Italia meglio noto come La forma dell’acqua) sia ancora una volta la prova di quanto il mainstream scelga le scorciatoie, o i tunnel in superficie, per dichiarare la tollerabilità del diverso. Il miglior film di Guillermo Del Toro è visivamente potentissimo e coraggioso nel dare prova delle possibilità non verbali del corpo ma, ancora una volta, è nell’esclusione e la negazione che vi è una possibilità d’essere (e amare). La questione non è il registro (favolistico in questo caso) con cui si sceglie di raccontare, piuttosto il fatto che tra la tollerabilità e l’accettazione delle diversità ci sia l’inclusione che troppo poco spesso diviene umana pratica di condivisione.

Ecco allora che il discorso post premiazione di Frances McDormand per la sua performance da protagonista in Three billboard outside Ebbing, Missouri tratteggia coerentemente la lunga strada in salita per raccontare l’inclusione: prima di entrare in sala, le storie devono riuscire ad ottenere uno spazio nell’agenda di un produttore.

Carmen Nemrac Riccato

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