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Ma è la televisione a formare il pubblico o viceversa?

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«Resta la constatazione -scrive Antonio Giuseppe Malafarina, raccontando un incontro svoltosi recentemente a Milano, sul tema della disabilità in TV – che pur cominciando qualcosa a cambiare, in àmbito di disabilità l’Italia è ancora indietro rispetto al mondo anglosassone. Che sia la televisione ad esserlo o che sia il suo pubblico»

L’intervento di Antonio Giuseppe Malafarina, durante l’incontro di Milano su disabilità e TV

Pomeriggio fresco di fine primavera. Bel posto con un amabile cortile cinto di aiuole fiorite. Bella zona, Alzaia Naviglio Pavese in piena atmosfera in di Milano. Se non fosse che è pomeriggio, l’incontro su disabilità e TV organizzato all’interno del Festival della Letteratura di Milano all’Ex fornace farebbe il pienone. Figurarsi se la gente che passeggia lungo la strada non metterebbe la testa nel salone che ci ospita, moderno e con delle arcate antiche. Molto trendy come luogo di conferenze. Considerato anche che ci sono tanti giovani, faremmo il botto.
Oltre a chi scrive, siamo Claudio Arrigoni, giornalista, Laura Carafoli, responsabile dei contenuti e del palinsesto di Discovery Italia e l’attrice e scrittrice Antonella Ferrari, “madrina storica” dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla).
Naturalmente c’è Silvia Lisena, studentessa di Lettere alla Statale di Milano, che ha messo in piedi tutta questa giornata dal titolo L’arte sbarrierata, dedicata al rapporto fra disabilità e cultura, e all’interno della quale c’è questo incontro. Ha una camicetta arancione e mette vitalità solo a vederla.

È Silvia ad aprire i lavori, passando poi la parola a Claudio Arrigoni, che modera l’incontro, e quindi attacco io. Una panoramica sulla disabilità in televisione negli ultimi vent’anni. Dai miei esordi, quando ero considerato un “eroe”, in una società dove le persone con grave disabilità non si vedevano per strada e men che meno sul piccolo schermo, alla Domenica in di Bonolis, con un ospite fisso in carrozzina, arrivando al Grande fratello di qualche anno fa, con una persona cieca chiamata a entrare nel cast, a edizione in corso, e fino a quello di quest’anno, con una persona con disabilità nella “casa” sin dai primi giorni. Poi la Littizzetto al Festival di Sanremo, i ragazzi con sindrome di Down a Hotel 6 stelle, la polemica di Alda D’Eusanio e, in sintesi, la considerazione che qualcosa è cambiato, perché si dà più spazio al tema e non sempre le persone vengono enfatizzate.

Prende la parola Antonella Ferrari e racconta che il rischio di enfatizzazione a suo parere esiste ancora. Parla di Grande fratello, ricordando di quando fu lei a rifiutarsi di andarvi e ribadisce di come il regista Pupi Avati l’abbia scelta per la sua fiction Un matrimonio, non perché disabile, bensì perché brava attrice. Racconta anche delle difficoltà a trattare dell’argomento disabilità presso il grande pubblico perché la televisione teme di gestire – male – l’argomento.
Interviene quindi Laura Carafoli che parla del successo di Undateables e del Nostro piccolo grande amore, due docu-fiction, una su persone con disabilità in cerca di sensazioni amorose e l’altra sulla storia di due persone nane che hanno deciso di mostrare la loro storia d’amore fra molte difficoltà. Le due serie hanno avuto un massiccio successo, la prima nel Regno Unito e la seconda negli States, e qui in Italia altrettanto, ma in seconda serata, che è per altro l’orario di punta della galassia Discovery. Seguite da centinaia di migliaia di persone, hanno rafforzato la consapevolezza che il pubblico della cosiddetta “prima serata”, in Italia, probabilmente non è ancora pronto per questo tipo di programmazione. Oppure sono le grandi emittenti che temono che il pubblico non sia pronto, quindi non mettono in onda.

Ma “chi forma chi”? La televisione il pubblico oppure il pubblico la televisione? In tema di disabilità resta la constatazione che l’Italia è ancora indietro rispetto al mondo anglosassone. Che sia la televisione ad esserlo o che sia il suo pubblico.
Arrigoni, precisando che alcune emittenti locali, quali il Polo Telelombardia-Antenna 3, non hanno temuto di mandare in onda giornalisti in carrozzina come Matteo Caronni, pone la domanda: qual è il futuro della televisione in tema di disabilità? Mi prendo la patata bollente di una prima riflessione: non si sa cosa sarà della televisione fra qualche anno, perciò men che meno della disabilità. Nel dubbio di “chi forma chi”, mi rivolgo ai giovani e li invito a credere che saranno loro a fare la televisione di domani.
Sulla stessa lunghezza d’onda Laura Carofoli che – da professionista della programmazione – dice che ci sarà una certa parte di programmi fatta dalla gente comune e un’altra messa in onda dalle reti tradizionali. Anche attraverso le Smart TV*, sempre più capaci di offrire una proposta massimamente personalizzabile.
Per Antonella Ferrari, ciò che conta è che restino dei buoni professionisti a fare la televisione perché la professionalità viene prima di tutto. Tutti siamo d’accordo, infatti, che al di là dei contenuti, è importante raccontarli nel modo giusto, cioè senza sensazionalismi o inducendo fiumane di lacrime.
Fine dell’incontro. La parola a chi non c’era e che per la televisione può fare tanto. Anche scegliendo di guardare certi programmi al posto di altri.

*In linea generale la Smart TV è la tendenza alla convergenza tecnologica tra il mondo del personal computer e quello della televisione.

Testo apparso anche in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “La tv in primo piano, come inquadrarla?”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Fonte:superando.it                 20/6/2014

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Claudia Cespites

Claudia Cespites

Ci sono persone che da subito nascono con la vocazione per il mondo del sociale: sognano di diventare educatori, assistenti sociali, insegnanti.
E poi ci sono persone che nel colorato panorama del sociale ci "inciampano" per caso, come è successo a me. A differenza di tanti miei colleghi dell'associazione io provengo da un mondo completamente differente, con studi in comunicazione e marketing e con un contratto di lavoro come addetta ufficio presso un supermercato alimentare: ero abituata a confrontarmi con numeri e dati, più che con le persone.
Ma a volte, per fortuna, la vita ti riserva percorsi di crescita personale e professionale imprevedibili, che cambiano completamente il tuo modo di pensare e la prospettiva con cui ti rapporti a ciò che ti circonda.
Da quando, due anni fa, ho risposto a quell'annuncio di stage in comunicazione sociale presso l'Associazione Volonwrite, la mia vita è cambiata.
Ad oggi mi chiedo come sarebbero stati i miei giorni senza questa realtà: sicuramente più grigi, più "soli" e più superficiali...
A Volonwrite devo tantissimo: per me si tratta di una seconda famiglia, più che di un'associazione...e si sa, la famiglia non si abbandona mai!

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