Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

indexVeuji compreme na casin-a”, cantava nelle piole di Barriera Gipo Farassino, una trentina d’anni prima che Toto Cotugno solcasse il palco dell’Ariston, con la sua “Voglio andare a vivere in campagna”.
La location è quella giusta, una striscia di periferia dove alti palazzoni proteggono un vecchio borgo rurale. Poco spostato, un edificio blu ospita il consiglio di Circoscrizione, V Commissione, segnalato tra gli eventi di Torino Smart City.
Al di là di Corso Unione Sovietica gli stabilimenti semideserti della FIAT, al di qua gli orti e il Sangone. Forse un confine, tra città e campagna, tra l’industria e la terra…tra passato e futuro.
Già, ma qual è il passato e come sarà il futuro?Mio nonno ha lasciatoi campi di Verrua per andare a respirare le mescole chimiche della Michelin, in riva alla Dora. Sulla busta paga non grandina, ha sempre ammonito i compaesani che non capivano la sua scelta. Ora di quella fabbrica non rimane che un silos e gli edifici della portineria, al suo posto un centro commerciale ed una multisala, ma anche il Museo A come Ambiente e l’Enviroment Park.
Persino la Circoscrizione 10 non è più la stessa di un tempo, la fabbrica di automobili lascia l’Italia per l’America, grandine o non grandine, e i giovani sognano gli orti, il ritorno alla terra.
Sembra incredibile, ma è proprio così.
Un questionario somministrato agli abitanti del quartiere ha rilevato che i ¾ di quelli che non praticano l’agricoltura è interessata all’argomento, specie nelle sue declinazioni urbane.
Le tendenze economiche e legislative fanno mal sperare chi anela la pensione, forse anche per questo le giovani generazioni decidono di imbracciare vanga e piccone abbandonate dai loro genitori. Ed è questa una delle ragioni per la quale un evento come Torino Smart City arriva a lambire gli orti urbani, i confini della campagna e i consigli di Circoscrizione di periferia.
Stefano e Marco, due giovani entusiasti presentati all’assemblea dall’Ass.all’Ambiente Lavolta, snocciolano uno degli 11 progetti torinesi vincitori del bando MIUR. In totale, le idee vincenti porteranno alla nostra città circa 180’000€, dimostrando che la scelta dell’amministrazione comunale di assistere attivamente gli ideatori è stata una strategia vincente.
I due ragazzi, uno agronomo l’altro paesaggista, hanno ideato il progetto “Orti Generali” in collaborazione con il sociologo Matteo Baldi.
Forti del nuovo regolamento comunale, che permette anche alle nuove generazioni di coltivare appezzamenti di terreno in territorio cittadino, i tre ragazzi hanno snocciolato nelConsiglio i particolari del loro programma, incentrato sullo sdoganamento dell’agricoltura urbana dal tempo libero agli ambiti didattici, tecnologici e sociali. Facendo affidamento sul successo di altri esperimenti simili, ad esempio un giardino sensoriale curato dagli utenti disabili di un CST, il progetto si propone di collegare tre livelli operativi.
Il primo, più concreto, è la coltivazione dei terreni dati in gestione, da realizzare con passione e fatica. Il secondo, più relazionale, è collegare questi appezzamenti al territorio, dando visibilità e accessibilità agli spazi. Il terzo, forse il più sorprendente se si pensa all’ambito in cui si muove, è quello informatico, volto a semplificare l’amministrazione dei terreni e l’utilizzo di dati utili alle attività.

Quello che più colpisce, oltre al fatto che un bando per l’innovazione sia stato vinto da chi promuove il ritorno all’agricoltura, è l’accoglienza che i cittadini presenti al consiglio, esperti ortolani in primis, hanno riservato all’iniziativa.

Sì, è vero, non tutti i particolari dell’investimento vanno a genio agli abitanti e ai consiglieri dell’opposizione.

Rimane in sospeso la questione degli orti abusivi, del difficile rapporto con i nomadi, sospettati di rubare parti del raccolto, nonché alcuni urgenti interventi di sicurezza da effettuare su altri terreni.  Ma il fatto che i fondamenti di un progetto così particolare vengano accolti in un’area dove la crisi si può quasi respirare, insegna che la speranza verso i giovani non è solo appannaggio degli spot elettorali. Quasi ci si sorprende quando, un cittadino che rilancia la posta in gioco proponendo di costruire cascine didattiche, dichiara di essere torinese da sempre con un’inconfondibile flessione meridionale.

Forse l’integrazione, viene da pensare, non è solo una sfida del futuro, ma anche una vittoria del passato.

Chissà se gli appezzamenti del terreno vedranno il fiorire di una nuova generazione di torinesi, se la casin-a desiderata dal chansonnier di via Cuneo sarà gestita da un “giovanotto”.
Come possiamo, adesso, essere sicuri che il progetto darà un nuovo impulso alla vita del quartiere? Non possiamo, in alcun modo.
“La qualità di un albero si giudica dai suoi frutti”, diceva un tale vissuto 2000 anni fa, per ora le radici sembrano tra le migliori e, grandine permettendo, la passione degli ortolani riserverà grandi sorprese.
Fabrizio Ravicchio
blogger per Volonwrite

Leave a Reply