Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen Nemrac Riccato

“Che cos’è la gioia? Questo corridoio isolato, rancido di odori buoni, questo corpo piccolo aggrappato…”

Questa citazione da Venuto al mondo di Margaret Mazzantini rappresenta, per me, l’estrema sintesi dell’umana esperienza compiuta tra le pagine del desiderio d’esser madre. Non avevo mai più ripensato al 2010, all’anno in cui il mio desiderio di maternità è sbocciato con la naturalezza di un richiamo biologico, che ho proiettato in uno dei libri cruciali della vita. Mi è tornata in mente la frase con cui avevo fatto pace con questo auspicio infranto, quando mi sono ritrovata immersa nelle pagine di Nata per te di Luca Mercadante e Luca Trapanese.

Vi presento questa storia, pensando al 3 dicembre, alla giornata del calendario dedicata alle persone con disabilità come ci chiama la maggioranza, la società. Di solito, per l’occasione, frugo nelle mie visioni di cinefila freak and even queer ma, quest’ anno, è accaduto qualcosa di diverso: la storia da scoprire è in libreria nel racconto di un legame che il destino ha intrecciato per ricordarci la bellezza delle umane imperfezioni.

Ho letto brevemente la storia di Luca Trapanese e di sua figlia Alba sul giornale, pochi giorni prima dell’uscita del libro: la storia di un uomo eccezionale (nell’accezione letterale del termine) e  del suo percorso esperienziale in cui la paternità è il frutto di un desiderio d’amare, il fiore di una scelta di vita in cui la diversità è il motore di un’ azione inclusiva.

Il mio primo pensiero è andato al film più recente di Fabio Mollo Il padre d’Italia e alle parole del protagonista, al fatto che ci sono desideri che non si ha nemmeno il coraggio di sognare: ecco, la smentita e l’aspetto meraviglioso di questa notizia è il fatto che non stavo leggendo la trama di un film. Luca esiste, è il primo padre single d’ Italia ad essere riuscito ad adottare Alba, una bimba bionda dagli occhi affusolati, come quelli delle anime antiche, con un cromosoma in più, la grazia innata nelle sua dita piccole.

Mi accorgo che è scritto a quattro mani con un altro Luca (Mercadante), papà di Andrea e compagno di Francesca: praticamente divoro il primo terzo del libro senza quasi accorgermene, con un pensiero che si fa strada tra le pagine: Luca narratore ha accettato di raccontare questa storia senza avere la minima idea di che cosa significhi consapevolmente far parte di una minoranza.

Arrivo a pagina 47 e trovo la chiave: in uno scambio tanto tagliente quanto chiarificatore della miccia che anima questo racconto e le pagine a venire:

Alba è un dono proprio per come è
Tipico dei cattolici definire un dono la malattia altrui (e subito mi mordo la lingua per aver usato “malattia” riferito alla trisomia)
Tipico dei cinici scambiare la diversità con la deformità

Eccola lì la luce della verità che ha due lati come la candela che brucia: tutto dipende se si guarda il fuoco che illumina o la cera che si consuma. Non avevo mai letto tanta lucidità e coraggio nel dare del cinico ad un normodotato, molto simile a quelli che restano a fissarmi mentre attraverso la strada o fatico a superare autonomamente una salita ripida. La deformità è il cuore della paura che mette la diversità in chi non la conosce o non la vive, la deformità trasforma la disabilità in un demone da rifuggire, ma per chi guarda la fiamma ardere è il motore di una vita di possibilità altre quanto uniche.

Finisco la pagina e mi ritrovo arrabbiata della facilità con cui Mercadante etichetta Trapanese per imboccare la scorciatoia, e subito mi esalto della prontezza con cui quest’ultimo risponde nel modo che ho sempre sognato di leggere (o sentir replicare). M’arrabbio anche con me stessa, perché è meraviglioso leggere quella verità nero su bianco ma allo stesso tempo è difficile essere l’incarnazione di quella verità senza cadere nella trappola del pensiero pregiudicato: io stessa cerco parole diverse da trisomia per parlare della diversità di Alba, perché cercare un’ alternativa poetica ad un modo di essere è il primo passo per portare il cambiamento.

Da questo momento il libro si trasforma in una vera e propria opportunità di sperimentare gli effetti di un confronto tra padri. Luca e Luca dialogano sull’esperienza della paternità risalendo il percorso che li ha portati a quel momento e poi al presente, facendo della palpabile distanza e della differenza esperienziale una vera e propria occasione di raccontare la Realtà nella sua fondante dualità. Quella distanza, rende uniche le umane esperienze degli autori e si dimostra la vera forza del racconto di questa storia: le domande e le questioni poste da Mercadante, lette da un “detentore di diversità”, appaiono talvolta ingenue, altre provocatorie altre ancora persino dolorose ma illuminanti sulla potenza implicita e subdola dei pregiudizi al lavoro per definire la minoranza attraverso la semplificazione e marginalizzazione.

D’altra parte Trapanese, con dalla sua una decennale esperienza di operatore sociale e la sua consapevolezza esperienziale risponde con prontezza e pertinenza facendo dei propri argomenti l’efficace materia prima per un’umana rivoluzione. Ciò che ci difende da chi non ci comprende o da chi vede riflesse in un’anomalia le proprie paure, ho scoperto essere è il risultato di ciò che ci ha insegnato, in un qualche preciso momento della Vita, un evento (puro lo definiva Deleuze), una ferita irriducibile che fa della nostra umana esperienza qualcosa di unico, ovvero ciò che ci eguaglia nell’essere diverso.

La diversità è ciò che ci definisce e ciò che ci sostanzia costituisce la nostra fortuna rendendoci artefici della nostra fortuna.

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