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Neil, Georgios e Jay, oltre il pietismo

[sz-youtube url=”https://www.youtube.com/watch?v=lVm3Q4Gn9j4″ autoplay=”Y” loop=”Y” /] Molti di voi avranno sicuramente letto, o visto da qualche parte su internet, la storia del calciatore greco del Celtic Glasgow Georgios Samaras e di Jay, giovanissimo tifoso della squadra scozzese con sindrome di down. Al termine della gara vinta per 3-1 contro il Dundee United, valsa il quarto scudetto consecutivo, l’allenatore Neil Lennon si è avvicinato a Jay regalandogli la propria medaglia e, subito dopo, Samaras (all’ultima partita con la squadra, visto che la società ha deciso di non rinnovargli il contratto) lo ha preso in braccio e portato al centro del campo.

Come in tante altre storie, come questa, dove le persone con disabilità sono protagoniste, sono stati espressi pareri contrastanti: da una parte c’è chi ha elogiato il gesto arrivando quasi a definirlo, forse esageratamente, un “miracolo dello sport”, dall’altra chi ha chiamato in causa buonismo e pietismo di basso e facile livello; a tal proposito vorrei fare qualche considerazione a riguardo. Sappiamo cosa voglia dire, per un uomo di sport, cedere uno dei propri cimeli sportivi più importanti come una medaglia; sappiamo anche che Samaras avrebbe potuto festeggiare la conquista del campionato (il quarto consecutivo per il Celtic) con i propri compagni negli spogliatoi, bevendo birra o champagne come avrebbe fatto la quasi totalità dei calciatori professionisti del mondo, invece ha scelto di avvicinarsi agli spalti, prendere in braccio Jay, un bambino con sindrome di down, e portarlo in campo durante i festeggiamenti. I calciatori non sono assistenti sociali o educatori e spesso vengono additati di essere dei cattivi esempi per i giovani, quindi ben vengano, quando ci sono, le azioni di profonda umanità come quelle di Lennon e Samaras. Oltre il pietismo.

Marco Berton

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