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Nelle parole sbagliate quel destino comune di omosessualità e disabilità


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A pace fatta tra Mancini e Sarri (com’è giusto che sia), dalla vicenda degli insulti omofobi nel finale di Napoli-Inter vale la pena di estrapolare un aspetto positivo: il rilievo che si è dato alla necessità di un linguaggio non solo rispettoso ma che sia in armonia con l’evoluzione della società. Non è forse il caso di usare l’espressione “politicamente corretto” che suscita subito (e la Rete la amplifica) la reazione degli allergici al conformismo. Meglio parlare più semplicemente di linguaggio “corretto”. Che non è una verità scolpita o dettata dall’alto ma il risultato, non certo facile, spesso sofferto, di una presa di consapevolezza di nuove sensibilità e di nuovi diritti.

In questa vicenda che riguardava un certo modo atavico di deridere e giudicare l’omosessualità (Beppe Severgnini ha scritto efficacemente sul Corriere che Sarri utilizzando per offendere le parole “frocio” e “finocchio” ha sbagliato secolo), noi di InVisibili ci siamo sentiti coinvolti. Perché sin dall’avvio di questo blog abbiamo messo in luce l’importanza del linguaggio nel parlare di disabilità. E’ stata una prova e una lezione anche per noi autori, perché nel momento in cui un giornale generalista ha deciso di affrontare in modo approfondito una realtà ricca di storie, pensiero, dignità ma oberata, da parte dell’opinione pubblica, di ignoranza, pregiudizi, pietismo, insomma dello stigma, ci siamo dovuti confrontare al nostro interno e abbiamo cercato punti di riferimento anche in istituzioni ed esperti che studiano questo tema.

Pronunciare parole come spastico, mongoloide, handicappato, tanto per fare degli esempi, se qualche decennio fa non avrebbe destato nessun tipo di dilemma, oggi ci risulta molto più che sbagliato: ci risulta intollerabile. Si tratta di espressioni etimologicamente ingiuste che in più trasformano semplici aggettivi in condizioni ontologiche. Ecco perché ci sforziamo di dire, molto più correttamente, persona con disabilità, persona con sindrome di down.

Sappiamo che questa nostra posizione non trova adesioni unanimi, neppure nel mondo della disabilità. E da chi è contrario viene vista come una manifestazione di ipocrisia perbenista. «Piuttosto risolviamo i problemi dei disabili invece che preoccuparci di come chiamarli», è il genere di risposta di costoro. Non siamo d’accordo: senza voler fare crociate, noi riteniamo che il parlare bene, correttamente, sia parte della soluzione del problema. Ed è un modo di crescere insieme per una società più giusta, equilibrata, civile. Ma, insomma, parliamone.

Autore: Alessandro Cannavò

Data: 23/01/2016

Fonte: Invisibili.corriere.it

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