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Perché siamo attratti dalle foto spaventose? Il nostro inconscio vuole esorcizzare le paure

A confronto con lo psichiatra Di Giannantonio. Le immagini della tragedia a Parigi diffuse in tutto il mondo. Ciascuna produce in noi una reazione psicologica specifica

Se chi ha vissuto in prima persona le stragi di Parigi non dimenticherà mai il terribile rumore degli spari e delle grida, chi invece è stato uno spettatore lontano ha ben impresse in mente le immagini, i fotogrammi di quella tragedia. Eloquenti, emotivamente forti, alcune addirittura raccapriccianti, quelle foto stanno facendo il giro del mondo. Taggate, condivise, ritwittate, commentate: sono le immagini visive, specialmente quelle amatoriali, ad aver avvicinato di più la stragrande maggioranza delle persone ai drammatici eventi di venerdì 13 novembre 2015.

Eppure non tutte quelle istantanee hanno lo stesso «peso emotivo» per chi le guarda. Ciascuna ha trasmesso al nostro inconscio una sollecitazione diversa e precisa. Perchè? Perché, come ci spiega lo psichiatra Massimo Di Giannantonio, docente all’Università degli Studi di Chieti Gabriele D’Annunzio, «è possibile fare una distinzione tra le immagini proprio in base all’effetto, intenzionale o meno, scatenato nello spettatore».

Proviamo dunque a stilare un elenco schematico di questi «effetti piscologici» procurati allo spettatore che osserva un evento drammatico.

EFFETTO INFORMATIVO
«Sono le cosiddette fotonotizie» spiega Di Giannantonio. «In pratica, sono tutte quelle immagini che danno un’informazione e, quando serve, scatenano un’emozione che può essere utile a sensibilizzare o meno l’opinione pubblica su un determinato tema». Sono immagini, dunque, che informano e che descrivono l’accaduto in modo corretto e oggettivo. E che, in alcuni casi, invitano l’opinione pubblica a riflettere sul significato dello scenario rappresentato.

EFFETTO MANIPOLATIVO
«Parliamo di immagine a scopo manipolativo quando supera il confine del sacro dovere di informare – spiega lo psichiatra – L’obiettivo è subdolo ed è quello di manipolare l’opinione pubblica, indirizzandola a sostenere una posizione piuttosto che un’altra».
Sono quindi immagini che, per carica emotiva o per scelta dei soggetti, vengono condivise per raggiungere un determinato fine. «Nel caso delle stragi di Parigi – sottolinea Di Giannantonio – la scelta di una foto piuttosto che un’altra è stata per molti uno strumento per indirizzare il lettore a provare sentimenti di rabbia e di vendetta”.

EFFETTO SHOCK
«Possiamo definirle fotoattentive, asservite. Più che a dare un’informazione, hanno come fine quello di scatenare le emozioni», dice l’esperto. «Questo tipo di immagine gioca sulla vulnerabilità di chi le guarda». In pratica sono tutte quelle foto che scioccano e traumatizzano. «A essere coinvolti in questo meccanismo di reazione empatica saranno soprattutto le persone più sensibili, i bambini, gli adolescenti», aggiunge Di Giannantonio.

EFFETTO ASSUEFACENTE
«Più che alla scelta delle immagini più o meno violente, questo effetto è collegato al numero di volte in cui il nostro apparato percettivo viene esposto alle immagini di un dato evento», sottolinea Di Giannantonio. «L’assuefazione è un principio psicologico legato alla percezione. La prima volta che si osserva un’immagine raccapricciante e stressante il sistema nervoso centrale avrà una reazione pari a 100. La seconda volta la reazione sarà 90, la terza 70, la quarta 40, la quinta 30 e così via».
Insomma, più si osservano le immagini di una tragedia, come quella di Parigi, più aumenta l’effetto «anestetizzante». «La ripetitività e la banalizzazione portano inevitabilmente all’indifferenza», dice lo psichiatra.

EFFETTO ESORCIZZANTE
La ricerca spasmodica di immagini e foto sconcertanti ha radici molto profonde che nulla hanno a che vedere con le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. «L’effetto è molto simile a quello che, in passato, il pubblico provava assistendo alle esecuzioni di una condanna a morte, come le crocifissioni o le decapitazioni. Ed è quello – continua – che il pubblico prova ancora oggi nei paesi in cui, ad esempio, le adultere vengono lapidate pubblicamente».

Quello che spinge a guardare questi spettacoli spaventosi è un meccanismo noto in psicanalisi come «perturbante». «Tutti noi nascondiamo nel profondo – spiega Di Giannantonio – una serie di emozioni angoscianti che teniamo sotto controllo nella vita cosciente. Sono paure e ansie che possono venire fuori negli incubi o nei momenti di terrore. Tuttavia assistere, in maniera controllata, a situazioni terrificanti, come ad esempio guardare una foto o presenziare a un’esecuzione, ci dà l’illusione che siamo in grado di tenere a bada questi elementi psicologici angoscianti».

Insomma, secondo questa tesi, la curiosità morbosa che spesso proviamo verso le immagini agghiaccianti, è un meccanismo inconscio per esorcizzare i mostri terrorizzanti che abitano la parte più profonda di noi.

Fonte: www.lastampa.it

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