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Quando i nani sono giganti

Storia di una disabilità fisica che ha affascinato nobili e regnanti e che ha caratterizzato la vita di molti geni: Mozart, Leopardi, Gramsci…

ROMA – Una volta, il giovane «nano o con altra disabilità che trasmetta tenerezza» cercato con uno sprovveduto e demenziale messaggio Facebook da Luana Velliscig, responsabile casting della serie Rai Romanzo famigliare diretta da Francesca Archibugi, messaggio che ha giustamente indignato e imbufalito tutti coloro che quotidianamente hanno a che fare con handicap, se lo sarebbero «fatto in casa». Spiega infatti Vera Agosti nel suo saggio La figura del clown, metafora della condizione umana, che «in Grecia, i bambini venivano rinchiusi in ceste speciali, che li facevano restare nani, assicurando così una possibilità di guadagno. Queste pratiche continuarono a lungo in Europa. Si dice che Elettra di Brandeburgo e Caterina de’ Medici avessero cercato di allevare nani e la Miscellanea Curiosa Medica Physica, pubblicata a Leipzig nel 1670, descriveva una ricetta per il nanismo, agendo sulla colonna vertebrale con pinze e molle. L’aspetto grottesco di questi clowns aveva un duplice carattere, negativo e positivo: erano ai margini della società, ma orribilmente affascinanti, e per questo erano allo stesso tempo avvicinati ed evitati».

È una storia lunga lunga, quella della disabilità esibita senza la minima coscienza delle ferite inflitte a chi sentiva quotidianamente il peso di questa disabilità come un macigno. Nei mercati romani, prosegue la Agosti, «si vendevano mostri ed esseri deformi; nani correvano nudi nei saloni delle matrone. Questo apprezzamento per la deformità umana toccò il suo apice nel 1566, quando trentaquattro nani, quasi tutti deformi, servirono al banchetto dato a Roma dal Cardinal Vitelli. Il primo nano di corte inglese fu Xit, durante il regno di Edoardo VI, e l’ultimo fu Copperin, il nano di Augusta, la principessa del Galles, madre di Giorgio III. I Greci e i Romani impararono dall’oriente come creare mostri e modificare orribilmente i corpi».

Gli stessi artisti furono a lungo affascinati dal tema. Basti ricordare il celebre mosaico de Il gobbo fortunato, conservato all’Antakya Archaeological Museum, El Nino de Vallecas e El nano Morras di Diego Velasquez, Il nano Morgante del Bronzino o la Festa campestre di Pieter van Laer detto il Bamboccio. La stessa «seduzione» è stata subita da moltissimi scrittori. Dicono tutto i titoli Il nano e la bambola, di Heinrich Böll o I puritani di Scozia ed il nano misterioso di Walter Scott, l’autore di Ivanhoe. Ma potremmo citarne altri mille.

LO SPOT DELLA KODAK

A loro, i protagonisti dei ritratti, non rimaneva che fare buon viso a cattivo gioco sorridendo amari di se stessi come ha fatto, dopo lo sconcerto corale per il «nano tenero», l’attore Davide Marotta, diventato famoso anni fa grazie a uno spot della Kodak nel quale impersonava l’alieno Ciribiribì.

Un «trucco» già usato ad esempio, per giocare in contropiede, da Leo Longanesi («Sono un carciofino sott’odio») o da Mino Maccari che dello stesso Longanesi rideva:

«È nato nel secolo decimo nano».

Poteva farlo senza passare per razzista, spiegò Roberto Gervaso, perché lui stesso era «alto, cioè basso, un metro e cinquantacinque. A chi perfidamente glielo ricorda, orgogliosamente risponde: “La statura di Giulio Cesare, Napoleone, D’Annunzio, Toulouse-Lautrec”». Inesatto: il grande pittore affetto da picnodisostosi (ai suoi tempi detta la «malattia delle ossa di vetro») arrivava solo a un metro e 52.

Era un genio, però. Come dei geni sono stati Wolfang Amadeus Mozart (1,52), Giacomo Leopardi (1,41), Antonio Gramsci (1,48) o Benito Juaréz, il padre del Mexico, formidabile politico e condottiero di uomini nonostante fosse alto un metro e 36 centimetri. Per non dire di un pianista che tutti gli amanti della musica e non solo del jazz rimpiangono: Michel Petrucciani. Colpito dall’osteogenesi imperfetta era alto solo 97 centimetri. Ma era grandissimo.

Fonte: sociale.corriere.it

(s.c./s.f.)

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Simone Croce

Simone Croce

Mi chiamo Simone, sono nato nel 1990 e mi definiscono il cuore sportivo del gruppo: non c’è disciplina sportiva – olimpica e paralimpica – di cui non abbia notizia in merito a punteggi, giocatori, livelli in classifica.

Nell’ultimo anno, mi sono lanciato in una nuova avventura di speaker radiofonico e conduttore di video interviste scoprendo un lato di me ironico e socievole.

Sulla redazione di articoli ancora ci sto lavorando… non a caso il mio soprannome è quello di “uomo sintesi”….. ce la farò (e ce la faranno i miei colleghi Volonwrite!) a cavarmi più di due righe?