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Quell’amore tra fratelli che cancella la disabilità

Esplora il significato del termine: Si riparte per L’isola sono io, il reality che vede protagonisti abili e disabili che l’anno passato abbiamo seguito passo a passo. Stessa località, stessa modalità, date segrete o quasi. Una produzione piccola a confronto di quelle delle grandi reti nazionali ma significativa per il messaggio che lancia: la disabilità molto spesso è negli occhi di chi guarda. Ma non solo, ci siamo affezionati a questo programma (sarò presente ad alcune puntate) anche per la storia della sua producer, Viola Mura che mi ha raccontato il fattore (umano) che l’ha spinta ad iniziare questa avventura: suo fratello, nato con disabilità per un errore medico. «Ancora una volta ci si prova con la convinzione che quel messaggio può arrivare, deve arrivare. Cerco ancora una spiegazione a quell’errore medico: io e lui, diversi ma uguali, gemelli, io femmina lui maschio. Lui disabile io no. Eppure tante volte mi sono chiesta perché? Un errore medico, umano… un errore che ti cambia la vita. Poi però ti rassegni e pensi semplicemente che il destino ha voluto così».

Poi di nuovo un cambiamento, quasi una missione: «sono stata spettatore inconsapevole della sua disabilità, oggi voglio giocare la partita. La diversità di mio fratello per me non esisteva, anzi, soffrivo che lui avesse più attenzioni di me, che lui avesse più balocchi di me. Ero una bambina. Poi l’asilo, il primo piccolo popolo sociale a cui vai incontro. Le prime risatine e ti rendi conto che nella tua pancia, anche se hai solo 5 anni, qualcosa si muove. Fino ad averne piena consapevolezza con le scuole medie, dove il bullismo ha pieno campo. Così tornavamo a casa, io e mio fratello, gli insegnavo a fare a botte perché pensavo che tutti quegli ignoranti che lo deridevano andassero picchiati. E poi gli insegnavo a parlare bene, a camminare dritto, a fare meglio. Lui mi seguiva, senza contraddirmi, senza spiegarmi che alcune cose proprio non poteva farle. Poi l’adolescenza, il periodo più cupo. Io a 16 anni uscivo con il primo ragazzino, lui no, in casa a studiare e coltivare i suoi sogni».

La voce di Viola si fa più tenue e rotta dall’emozione mentre spiega che il fratello soffriva perché voleva conquistare anche lui la sua indipendenza, il suo posto nella società. Sognava una donna, un bacio, una carezza. «Non c’era Facebook per trovare amici, non c’erano nemmeno internet o il cellulare per mandarsi messaggini. L’atteggiamento protettivo di mamma e forse un po’ di insicurezza rallentavano i tempi fino a quando un giorno, mio fratello ha dispiegato le ali, senza che nessuno ci facesse più di tanto caso, ha preso in mano la sua vita ed è uscito di casa. Ha preso la patente, ha cambiato università inseguendo la sua vera passione, è andato a vivere da solo, si è sposato. Ecco….oggi è mio fratello che mi mostra come combattere l’ignoranza della gente. Sembra incredibile ma i ruoli si sono quasi ribaltati…oggi è lui che mi insegna a fare a pugni con una società molto spesso chiusa ed arrogante».

Ecco come è nato il reality, ribaltando i ruoli classici per dare l’opportunità a persone senza disabilità di crescere, anche se per poco, al fianco di chi ha avuto un percorso differente disegnato dal caso.

Fonte: corriere.it

(s.c./mjp)

 

Si riparte per L’isola sono io, il reality che vede protagonisti abili e disabili che l’anno passato abbiamo seguito passo a passo. Stessa località, stessa modalità, date segrete o quasi. Una produzione piccola a confronto di quelle delle grandi reti nazionali ma significativa per il messaggio che lancia: la disabilità molto spesso è negli occhi di chi guarda. Ma non solo, ci siamo affezionati a questo programma (sarò presente ad alcune puntate) anche per la storia della sua producer, Viola Mura che mi ha raccontato il fattore (umano) che l’ha spinta ad iniziare questa avventura: suo fratello, nato con disabilità per un errore medico. «Ancora una volta ci si prova con la convinzione che quel messaggio può arrivare, deve arrivare. Cerco ancora una spiegazione a quell’errore medico: io e lui, diversi ma uguali, gemelli, io femmina lui maschio. Lui disabile io no. Eppure tante volte mi sono chiesta perché? Un errore medico, umano… un errore che ti cambia la vita. Poi però ti rassegni e pensi semplicemente che il destino ha voluto così».

Ecco come è nato il reality, ribaltando i ruoli classici per dare l’opportunità a persone senza disabilità di crescere, anche se per poco, al fianco di chi ha avuto un percorso differente disegnato dal caso.

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Simone Croce

Simone Croce

Mi chiamo Simone, sono nato nel 1990 e mi definiscono il cuore sportivo del gruppo: non c’è disciplina sportiva – olimpica e paralimpica – di cui non abbia notizia in merito a punteggi, giocatori, livelli in classifica.

Nell’ultimo anno, mi sono lanciato in una nuova avventura di speaker radiofonico e conduttore di video interviste scoprendo un lato di me ironico e socievole.

Sulla redazione di articoli ancora ci sto lavorando… non a caso il mio soprannome è quello di “uomo sintesi”….. ce la farò (e ce la faranno i miei colleghi Volonwrite!) a cavarmi più di due righe?