News

Scalini, strettoie e ostacoli. La bellezza negata ai disabili

Tra l’abside e il chiostro del Bramante, a Santa Maria delle Grazie, ci sono due gradini di 16 centimetri. «E che ci importa?», direte voi. Se lo chiedete, non siete in carrozzina. O non avete un marito, una sorella, un parente da spingere sulla sedia a rotelle. Basta questo (apparentemente) minuscolo dettaglio per capire quanto esistano, nelle nostre città, due mondi paralleli: stesse strade, stesse case, stessi marciapiedi, stessi portoni, stessi citofoni. Ma nel primo vivono quelli che con una parola bruttissima si chiamano «normodotati», nel secondo i disabili motori. Per i quali anche una «rampa con pendenza del 24%» o perfino una «soglia creata dal bordo del tappeto», delle quali tutti noi («quasi» tutti, appunto) neppure ci accorgiamo, rappresentano un problema. Serio.

I ponti di Venezia

I nostri centri storici più antichi e più belli, quelli che rappresentano la straordinaria ricchezza dell’Italia, sono percorsi a ostacoli, per chi non può camminare. Una volta, si sa, non c’era sensibilità per queste cose. Il disabile troppo spesso si teneva in casa. Nascosto. Come fosse una colpa da gestire in famiglia. Venezia ha 434 ponti antichi: non uno mostra di avere tenuto conto dei disabili. Tanto che furono accolti come insulti vergognosi, qualche anno fa, il nuovo ponte di Santiago Calatrava, ancora indifferente al problema e stavolta anche alle nuove normative, e più ancora l’oscena risposta sua e del Comune a chi gliene chiedeva conto: «L’estetica è un obiettivo prevalente» quindi poiché il ponte sarebbe stato più brutto con l’adozione di meccanismi utili ai disabili era meglio che questi passassero il canale con il vaporetto. Non c’era solo la mancanza di alcuni strumenti tecnici, dietro tutta questa indifferenza nei confronti di quelli che oggi chiamiamo «diversamente abili». C’era una cultura millenaria. Una cultura racchiusa nell’idea di San Gregorio che un’anima sana non alberga in un corpo malato. Al punto che Sant’Isidoro, secondo il libro seicentesco «Prato fiorito di varii essempi, diviso in cinque libri ne’ quali si tratta e ragiona delle virtù christiane…», di Valerio da Venezia, spiegava che «l’huomo sarà punito per quegli membri con le quali ha peccato & offeso Dio». Ad esempio, «se alcuno haveva peccato per illecito sguardo, alcuna volta sarà privato del lume degli occhi. Se per ballare, vanamente saltare o superbamente caminando (o con mala intentione girando qua e là) havrà offeso Dio diventando zoppo».
A farla corta, se uno è stato punito da Dio, una ragione dovrà ben esserci. Tesi spaventosa. Contraddetta, ad esempio, dalla grandezza poetica di Sant’Ermanno «il rattrappito», che faticava addirittura a stare seduto ma scrisse la più bella di tutte le invocazioni alla Madonna: «Salve, Regína, / Mater misericórdiae, / vita, dulcédo et spes nostra, salve…». Eppure sostenuta addirittura dal concilio Tridentino: «Non devono esser promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti».

La guida

Tempi andati? Mica tanto… Alla fine degli Anni 80, praticamente ieri mattina, i giornali dedicavano titoli incuriositi a Natale Marzari, detto il «Martellatore Civico» che, affetto da una malattia progressiva alle ossa lo obbligava alla carrozzina, ma lasciandogli delle mezze ore di autonomia e di forza, spaccava con la mazza ogni scalino, ogni marciapiede, ogni barriera architettonica che incontrava per le strade di Trento. Tutte cose che la stragrande maggioranza delle persone non vedeva neppure. E proprio per dare una mano concreta a tutti coloro per i quali perfino un bancomat può essere irraggiungibile son nate finalmente delle guide turistiche. Si chiamano «A ruota libera. Itinerari accessibili: istruzioni per l’uso» e sono dedicate alle «città d’arte in sedia a rotelle». Prima Firenze, poi Lucca e Pisa. L’ultima, edita come le altre da Polaris, finanziata dalla Fondazione Cesare Serono guidata da Gianfranco Conti e promossa dalla giunta comunale ambrosiana, è dedicata a Milano. Curata da Enrica Rabacchi e dal marito Pierluca Rossi, affetto da sclerosi multipla, che per «testare» gli itinerari si sono fatti aiutare da tre atleti paraolimpici, Sara Morganti, Monica Quassinti, Alfredo di Cosmo, «Milano a ruota libera» spiega tutto su 24 luoghi d’interesse storico, artistico, culturale. E c’è il marciapiede da percorrere perché meno dissestato, l’attraversamento pedonale da evitare perché ci sono le rotaie del tram, la larghezza degli accessi agli ascensori, lo spazio utile sotto i tavoli dei ristoranti o dei caffè più famosi (è un problema, se i bracciali della carrozzina non possono infilarsi sotto), lo stato dei bagni e l’altezza degli scalini e così via…

Il Cenacolo

Nulla spiega però l’utilità di queste guide per chi non può camminare da solo (secondo l’Istat circa 700 mila italiani con limitazioni motorie, più gli stranieri per i quali la guida è già stata tradotta in inglese) quanto la voragine più vistosa. Manca il Cenacolo vinciano. Cioè uno dei tesori della città. Come mai? «Purtroppo non ci è stato permesso di controllare con il metro, il laser, le varie strumentazioni. Ci hanno detto: “Fidatevi, è perfettamente accessibile”. Ma come potevamo fidarci, se la stragrande maggioranza delle persone non si accorge neppure di uno scalino di tre centimetri o del bordo di un tappeto?».

Fonte: http://www.corriere.it

Post precedente

IN CITTÀ, LA MONTAGNA PER TUTTI

Prossimo post

Noi siamo Francesco, la disabilità raccontata con delicata sincerità

The Author

redazione

redazione