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Scautismo e disabilità: “a volte bisogna dire di no, ma solo per il momento”

Due mamme denunciano: i loro figli con disabilità non sono stati accolti dagli scout. Risponde Caleari (Agesci): “Il no a volte è segno di responsabilità. Accogliamo tutti, ma devono esserci le condizioni e il no è solo ‘per ora’”.

“Mio figlio è scout da 8 anni ormai. Fino a 3 anni fa, ha svolto tutte le attività, campi estivi compresi, senza difficoltà e sempre ben voluto”. Ce lo assicura Teresa, mamma di Nico, un ragazzo con autismo. Che oggi non nasconde la sua delusione: “Da quando però è diventato più oppositivo e reattivo, sono iniziati i problemi. Gestirlo è difficile per me, figuriamoci per loro, non gliene faccio una colpa. Però da quando fa parte del reparto non lo considerano: non lo invitano alle riunioni o alle attività, solo alla messa del sabato. E questo per me e per lui è mortificante. Certo, mio figlio in alcune situazioni è quasi ingestibile. Però avrebbero potuto essere più sensibili, magari un colloquio con noi sarebbe stato utile. Ora vedo foto dei loro campi estivi e piango perché mio figlio non c’è: non ci hanno neanche proposto di provarci. Loro si divertono, mentre Nico guarda le foto e chiede perché lui non c’è. Io li capisco, ma mi chiedo se possano solo immaginare il dolore che comporta tutto ciò in una madre che credeva di aver procurato una seconda famiglia al figlio; e la tristezza di un ragazzo, che non chiede altro di essere amato e protetto dai suoi coetanei”.

Giulia mostra con orgoglio la foto della figlioletta, immortalata mentre, in uniforma perfetta, zaino in spalla, è in partenza per il campo scout. Ma poi lo sguardo si incupisce: “Un po’ di tristezza nel mio cuore, perché Eleonora non è con te in quest’avventura”. Eleonora è la figlia maggiore di Giulia, che ha la sindrome di Williams “con iperattività, problemi di comunicazione e tratti di autismo. Una disabilità complicata, a volte molto difficile da gestire, lo ammetto. Ma mi rattrista che gli scout non la accolgano, e lei debba trascorrere da sola ogni giorno, domenica compresa, mentre la sorella partecipa alle attività scout”.

Sono tre anni che Giulia prova a iscrivere Eleonora al gruppo vicino casa, ma “mi dicono che i capi sono pochi, non ce la fanno. Però per lei sarebbe un’opportunità unica, mentre per tanti bambini è solo una delle mille attività e la prendono anche a cuor leggero. Allora potrebbero prendere meno bimbi, ma includere la bambina che sta sempre sola. Come posso aiutare Ele ad avere un posto nel mondo? Qualcuno si offre volontario?”. Giulia ammette che “mia figlia ha bisogno di una vigilanza stretta, di un capo che si dedichi a lei, perché non è cosciente del pericolo, non è autonoma, tende ad allontanarsi. Ma possibile che per lei non esista una possibilità? Io parlo da mamma ferita, che vede la figlia subire l’ennesima negazione”.

Due esperienze negative, due occasioni mancate, quelle che raccontano Teresa e Giulia. Esperienze vissute in un mondo “inclusivo” e “accogliente” per definizione: quello dello scautismo.

E’ a queste due voci”arrabbiate” che cerca di rispondere Giorgia Caleari, Incaricata nazionale al coordinamento metodologico dell’Agesci. Le chiediamo quanti siano gli scout con disabilità. E non lo sa, non può rispondere: “Non è un caso che un dato non esista, ma anzi è emblatico per noi. Perché da noi, ragazzi con disabilità o senza non fa differenza. Accogliamo ragazzi e basta, che per noi sono tutti uguali e tutti diversi. Posso dire che nei nostri gruppi ci sono tante belle esperienze di ragazzi con disabilità di tutte le età: ragazzi in carrozzina, che vanno in ‘route’ con il loro ‘clan’; lupetti con disabilità fisica o intellettiva, che prendono parte a tutte le attività. Ma le storie che ci raccontano le due mamme ci interrogano, ci fanno riflettere e naturalmente ci rattristano. Però sono storie vere, perché essere responsabili significa anche avere l’umiltà di dire no, quando le condizioni lo impongono. Così, se un gruppo reputa di non avere le energie, le capacità, le risorse per accogliere un bambino, è giusto che, seppur con dolore, dica di no. Ci tengo però a dire che non si tratta di un ‘no per sempre’, ma di un ‘no per ora’. L’anno prossimo le condizioni potrebbero cambiare: o magari già esistono, in un altro gruppo. Per questo, la prima cosa che dico a queste mamme, a nome dell’Agesci, è che solo per senso di responsabilità quei capi hanno, per il momento, detto no. E la seconda cosa che dico è: ‘non arrendetevi, continuate a cercare, o aspettate il prossimo anno. Perché, prima o poi, in un gruppo o in quello vicino, le condizioni ci saranno”.
Come non esiste un numero, così non esiste un “settore disabili”, né “capi di sostegno”, precisa Caleari. “Il nostro metodo si basa sul raggiungimento dell’autonomia attraverso la responsabilità in un gioco tra pari. Il più grande si assume la responsabilità del più piccolo, sviluppando un’attenzione e una cura verso chi gli sta accanto, attraverso il gioco e tutte le attività che proponiamo e che sono alla base del progetto educativo. Per questo non si può mettere un ‘capo di sostegno’, o un mediatore, come accade per esempio a scuola: perché inserendo un adulto in questa dinamica, si altera quello che riteniamo essere il lievito della crescita, cioè la relazione tra pari in cui l’adulto educatore è presente, ma come fratello maggiore”.

Certo, questo rende la sfida sempre più difficile, specie in presenza di disabilità gravi. “E a volte, con la crescita, anche i problemi diventano più grandi, mentre l’autonomia che viene richiesta è sempre maggiore. Ma i capi devono avere l’intelligenza educativa per modulare la proposta sulla base dei bisogni, delle competenze e anche dei limiti di ciascuno a partire dai propri, senza presunzione. Perché il metodo scout si basa sulla progressione personale, in un ambito comunitario e con l’aiuto degli altri. E fare eccezioni a questa regola rischia di snaturare una proposta che funziona bene. Per questo avrei paura a proporre un settore ‘disabilità’ all’interno dell’Agesci, o a ‘specializzare’ alcuni capi. Credo che il metodo ci permetta di accogliere davvero tutti e di valorizzare ciascuno, come molte storie ci raccontano. Anche a costo di dover dire, a volte, un doloroso e faticoso ‘no’. Che però, ripeto, è soltanto per ora”.

Data: 12/08/2016

Fonte: Redattoresociale.it

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