Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

“Ricordati che è l’Amore che ti ha portato qui,

se ti sei fidata di Lui fino ad ora non aver paura,

fidati fino in fondo”

 

di Carmen “Nemrac” Riccato

Tish si è svegliata in piena notte, le lacrime scendono sulle guance senza far rumore, l’hanno svegliata le sue paure, forse il bimbo che cresce dentro di lei ha chiesto la sua attenzione, il suo amore in un gesto invisibile: sono le sagge parole di sua madre ad averla salvata dalla solitudine nel buio. Sua madre ha ragione, facendo l’amore con Fonny in una notte di pioggia battente, s’è fidata dell’uomo che ama, ha sentito vibrare la verità del sentimento che li lega da quando sono bambini. I corpi si sono riconosciuti non hanno mai incontrato l’imbarazzo, il reciproco istinto declina l’appartenenza del cuore. Il loro amore, vibra sull’autobus se si guardano negli occhi, se s’abbracciano per strada, quando a tavola ringraziano per la conviviale felicità che dona loro il pasto. La madre di Fonny non approva la relazione del figlio con Tish, una ragazza qualunque ai suoi occhi, ma con una sorprendente pragmaticità e determinazione nel costruire il proprio futuro al meglio delle sue possibilità.

Fonny e Tish, sono giovani, molto giovani, non si sono ancora sposati, ma ora aspettano il loro figlio e toccherà provare ogni strada percorribile per dare una possibilità al ragazzo perché possa riavere la sua libertà.

Tutto questo è nell’ultimo film di Jenkins , l’opera successiva a Moonlight, che due anni fa ha vinto come miglior film agli Oscar, tratto dall’omonimo romanzo di James Baldwin. E’ anche la storia della separazione dei due amanti, dell’arresto senza prove di Fonny, accusato di stupro, in carcere per un crimine non accertato, una punizione esemplare regolatrice di uno sgarro al poliziotto sbagliato. Il giovane protagonista vive con rassegnazione il proprio destino anche quando il futuro gli ha regalato la speranza in un figlio con il sorriso determinato di Tish che gli illumina la faccia a partire dagli occhi neri e magnetici che gli ha donato lui stesso.

Jenkins torna a raccontare dell’America che riempie le cronache statunitensi di soprusi ed ingiustizia cercando le proprie pacifiche armi per questa umana battaglia scavando nei volti, nelle loro pieghe dolorose e negli attimi di sollievo, leggeri come un battito d’ali d’un colibrì che aprono sorrisi, inattesi come le quotidiane epifanie.

Sceglie in modo molto evidente di tenere separati l’universo maschile e femminile, portandoli in scena con trattamenti differenti: si scopre molto più convincente a raccontare i tumulti di Fonny, con Tish indispensabile quanto complementare al compimento della progettualità su un futuro verso cui tendere e riporre implicite speranze.

Mi ha stupito il modo in cui il racconto di questa storia corrisponda alla reazione passiva ad un destino avverso, figlio di un degrado connaturato al contesto alla cerchia d’appartenenza, con le figure femminili unica risorsa di cambiamento in quanto artefici di una vera e propria cultura alla cura, all’ empatia, figlia della determinazione di vivere al meglio consapevoli del proprio ruolo e della propria crucialità.

In Moonlight, come anche in Se la strada potesse parlare le parole sono rare, ma cruciali a decifrare il contesto dentro al quale nascono ed evolvono le storie dei film di Jenkins, in entrambi i casi il carcere è il mezzo attraverso cui i protagonisti rafforzano la loro umana essenza: in Moonlight, declinano la determinazione del protagonista ad esaudire il proprio desiderio, qui il protagonista che diviene padre dovrà trovare il proprio modo di incarnare il proprio ruolo, pur avendo scelto fin dall’inizio d’averlo fatto “al di fuori” delle convenzioni.

Divenire adulti significa fare della gratitudine e della purezza gli ingredienti più potenti della quotidianità.

Categories: News

Comments are closed.