Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen “Nemrac” Riccato

Nella mia esperienza di cinefila (e poi anche di tabaccaia) mi hanno spesso definita un “mostro” di memoria, al punto molte volte di ipotizzare la strada per il mio successo nella partecipazione al variegato orizzonte dei quiz televisivi. Sulle prime mi indignavo, ora rifiuto pacificata, ribattendo che la mia è una memoria empatica: la rievocazione ha origine in un umano dettaglio sia esso un particolare estetico, un gesto od un’intonazione. Insomma l’atto di ricordare che cosa fuma un cliente abituale tanto quanto creare connessioni tra opere cinematografiche non è mai slegato dalla reciprocità esperita con il destinatario del servizio o il protagonista e/o autore della storia.

Più specificamente, in ambito cinematografico, ci sono autori entrati a pieno titolo nella mia esperienza quotidiana, che con la mia memoria empatica film dopo film anno intrecciato un vero e proprio filo rosso (seppur solo immaginato) legante i nostri sguardi, agganciati ai nostri cuori.

L’opera più recente in cui la mia memoria e la mia empatia hanno filtrato la mia visione è stata At eternity’s gate (Van Gogh: sulla soglia dell’eternità) di Julian Schnabel in sala, dopo la sua prima mondiale a Venezia 75 che ha premiato Williem Defoe con la Coppa Volpi per la sua interpretazione.

Due mani nodose, sono al lavoro per sbottonare una giacca, sembrano vecchie invece sono solo operose, paiono sporche di fuliggine, ma è solo suggestione perché Vincent non è uno spaccapietre di Courbet: sta solo cercando qualcosa di familiare nel suo nuovo nido ad Arles, lontano dal fragore parigino.

Quelle mani la lavoro su quel gesto quotidiano ma certosino hanno attivato la mia memoria empatica, incoraggiata dalla sequenza seguente in cui Van Gogh perlustra la campagna e le colline circostanti affamato di materiale per i suoi quadri. I suoi passi sicuri, in quei campi pieni di giallo e di verde, perfetti per opere che devono essere inondate di luce e scontornare l’orizzonte.

Lontano dalla città, nella Natura che esplode, c’è la ricerca della propria visione e del proprio posto nel Mondo: il pennello stratifica, rendendo materica, la Luce sulla tela, che omaggia la Vita tanto quanto i volti vibranti dei demoni che lo tormentano.

Il moto vorticoso del vento impresso nelle chiome degli alberi disegnati con il pennino inchiostrato sembra lo specchio opaco della battaglia in atto (sulla carta) dell’atto pittorico quale traccia di una pura intenzione.

Con questo film Schnabel porta alla luce la propria summa cinematografica in un biopic anomalo con al centro il potere immaginativo dell’artista (coadiuvato dall’alterazione del suo stato mentale), frutto degli insegnamenti dalla sua opera terza.

Come non rievocare attraverso quella corporeità sghemba, fosse anche solo per contrasto, l’immobilità di Jean-Dominque Bauby protagonista de Lo scafandro e la farfalla dello stesso Schnabel?

La forzata staticità corporea del protagonista Bauby che definiva la sua infermità una luce, qui è la pazzia conclamata di Vincent: per entrambi il potere d’immaginare è il motore dell’atto creativo sia esso pittorico o narrativo. Van Gogh scala le montagne per disegnare l’orizzonte, con la stessa forza con cui la prospettiva del protagonista de Lo scafandro e la farfalla si specchiava nello sgretolarsi d’un ghiacciaio.

La storia di Bauby si era presentata a Schnabel come opportunità per sperimentare riguardo l’esperienza di visione e l’atto creativo: con l’immaginazione e la memoria materie prime del narrare.

Oggi, a dieci anni di distanza, nel racconto della maturità umana ed artistica di Van Gogh è di nuovo l’immaginazione a farsi motore della creatività registica e del protagonista che, nella deformazione della Natura e dei corpi, dichiara la luce della sua infermità mentale; come per Bauby l’infermità fisica aveva scritto l’inizio di una seconda vita.

La follia di Van Gogh nel film di Schnabel è una lucidissima metafora della sua insaziabile fame d’empatia, l’inesauribile desiderio di incontrare i fruitori delle proprie opere, l’umana paura dell’oblio.

Il regista costruisce, progressivamente un viaggio nel personale inferno di Van Gogh facendogli concretamente incontrare personaggi al limite dell’Umano e del Reale per fare dell’empatia e della reciprocità relazionale le uniche armi non violente per consegnarsi all’immortalità; sì perché quando il contatto si compie la follia diviene disperazione e la prossimità Morte.

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