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Torino 1998: nasce il primo coordinamento contro la violenza

Data di pubblicazione 21 Ottobre 2025
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Quando nel novembre del 1998 un gruppo di associazioni torinesi si riunì per discutere di violenza sulle donne, la parola “genere” non era ancora entrata nel linguaggio istituzionale. In Italia, il tema restava confinato nei tribunali o nei titoli di cronaca, mentre l’idea di una risposta collettiva, integrata e pubblica sembrava ancora lontana. Eppure, da quella rete di realtà cittadine nacque un progetto che avrebbe anticipato i tempi: il primo coordinamento cittadino contro la violenza sulle donne, promosso dall’allora assessora alle Politiche giovanili Eleonora Artesio.

Fu un punto di svolta. Torino cominciò a parlare di violenza non solo come emergenza o fatto privato, ma come questione sociale e culturale che richiedeva un’azione sistemica. L’obiettivo era duplice: sensibilizzare l’opinione pubblica e creare una struttura stabile di prevenzione e sostegno, coinvolgendo enti pubblici, centri antiviolenza, servizi sanitari, forze dell’ordine e associazioni.

Un passo avanti rispetto al Paese

In quegli anni, la discussione nazionale era ancora segnata da un approccio moralistico. Basti pensare che fino al 1996 lo stupro era considerato un reato contro la morale, non contro la persona. Parlare di “violenza di genere” significava scardinare un lessico, un sistema di valori, una prospettiva. Torino scelse di farlo in modo pionieristico, riconoscendo che la violenza non è un episodio isolato ma un fenomeno radicato nelle disuguaglianze di potere e nei ruoli sociali imposti.

Il manifesto del 1998, redatto da una rete di associazioni storiche come Telefono Rosa, Casa delle Donne, Almatea, Tampep e Moica, descriveva la necessità di un’azione corale. “Bisogna generare dibattito, diffondere dati, promuovere servizi”, scrivevano le promotrici. Era un linguaggio nuovo, politico e concreto allo stesso tempo.

Dall’idea alla struttura

L’anno successivo, nel 1999, il Comune di Torino trasformò quella intuizione in una campagna cittadina di sensibilizzazione. Nel 2000 la giunta Castellani istituì ufficialmente il Coordinamento cittadino contro la violenza sulle donne, con la partecipazione di assessore e associazioni. Era una delle prime esperienze italiane di governance condivisa tra istituzioni e società civile.
Ne facevano parte anche Carabinieri, Polizia, Prefettura, Questura e ospedali, in un modello che cercava di superare la frammentazione dei servizi e costruire una rete stabile di presa in carico.

Tra i primi obiettivi: favorire l’accesso al credito per le donne vittime di violenza, aprire canali preferenziali per il reinserimento lavorativo e migliorare la disponibilità di alloggi di emergenza. Per l’epoca, un approccio rivoluzionario: la violenza non era più trattata solo come una ferita psicologica o un crimine, ma come una questione economica, abitativa e di autonomia personale.

Dalla città al sistema regionale

Negli anni Duemila il modello torinese divenne riferimento per altre amministrazioni. Nel 2004 venne firmato il primo protocollo d’intesa metropolitano, poi ampliato nel 2010 con la partecipazione della Provincia.
Nel 2014 la Città aggiornò le linee guida con nuovi strumenti di supporto psicologico, tutela legale e inserimento lavorativo. Successivamente, nel 2020, la Regione Piemonte stanziò fondi specifici per il patrocinio gratuito delle vittime e per progetti di educazione finanziaria, riconoscendo ufficialmente il valore del lavoro iniziato oltre vent’anni prima.

Una visione che ha anticipato il tempo

Guardando oggi quel manifesto del 1998, colpisce la lucidità con cui si individuavano nodi ancora attuali: la difficoltà di accesso alla giustizia, la mancanza di spazi di accoglienza, la necessità di un linguaggio pubblico non stereotipato.
Torino non si limitò a denunciare, ma costruì una pratica amministrativa nuova, fondata sull’ascolto e sulla cooperazione tra soggetti diversi.
Molto prima che esistessero il Codice Rosso o il numero nazionale 1522, la città aveva già scelto di non lasciare le donne sole.

Una memoria viva

Oggi, nel 2025, il Coordinamento continua a esistere, evoluto in una rete più ampia che collabora con centri antidiscriminazione, scuole, università e servizi sociali. La sua storia resta una lezione di metodo: i cambiamenti reali nascono dal dialogo tra chi subisce, chi ascolta e chi amministra.

A quasi trent’anni da quel manifesto, Torino conferma la sua vocazione a essere laboratorio di cittadinanza attiva. Non per retorica, ma per un principio semplice: i diritti, quando non vengono difesi, tornano invisibili.

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