“Mi sono sentita rara, diversa, come se fossi l’unica ad avere certi bisogni.”
Con queste parole la giornalista e attivista Valentina Tomirotti, voce da anni impegnata sui temi dell’accessibilità e della rappresentazione della disabilità, ha denunciato attraverso i suoi canali social una situazione che definisce “assurda” vissuta lo scorso sabato sera a Milano, città che si prepara a ospitare le Paralimpiadi ma dove, racconta, l’inclusione è ancora lontana dalla quotidianità.
“La mia stanza non era accessibile, e nessun taxi disponibile in tutta la città”
Tomirotti era arrivata a Milano per partecipare come relatrice a due panel sull’inclusione organizzati da Parole O-Stili all’interno dell’evento “Parole a scuola”, tenutosi presso l’Università Cattolica.
Aveva pianificato con cura ogni spostamento: il trasferimento dalla stazione Centrale all’università e poi verso l’hotel ai Navigli, affidandosi ad Alatha Onlus, organizzazione specializzata in trasporti per persone con disabilità.
Ma una volta arrivata in albergo, la sorpresa: la stanza, prenotata specificando le esigenze di accessibilità, non era affatto adatta.
“Non riuscivo nemmeno ad entrare in bagno – racconta – la porta era troppo stretta e i sanitari non erano adatti a chi si muove in sedia a rotelle.”
Da quel momento sono iniziate tre ore di disagi e rimpalli. L’hotel, privo di altre camere accessibili, ha inizialmente proposto una soluzione “alternativa”: far accompagnare l’attivista in bagno dalla sua assistente, che avrebbe dovuto sollevarla e posizionarla su una seconda sedia fornita dalla struttura. Una proposta che Tomirotti ha rifiutato, rivendicando il suo diritto all’autonomia.
Tre ore per trovare una stanza accessibile
Scartato il “piano B”, la reception ha iniziato a contattare altri hotel in città. Ma la ricerca si è rivelata lunga e frustrante:
“Nessun tre stelle aveva camere accessibili libere. Era sabato sera e le stanze dedicate alle persone con disabilità sono pochissime.”
Alla fine, l’unico albergo con una stanza disponibile era un hotel extralusso dall’altra parte della città. La struttura ai Navigli ha coperto le spese, riconoscendo l’errore, ma la vicenda non si è conclusa lì.
Quando Tomirotti ha provato a spostarsi verso il nuovo hotel, ha scoperto un’altra barriera: nessun taxi accessibile era in servizio a Milano in quel momento.
“Non si trattava di aspettare un’ora o due. Non ce n’era proprio nessuno, in nessuna compagnia di radiotaxi,” racconta.
Alla fine, ha raggiunto la nuova destinazione a bordo di un mezzo della onlus Ata Soccorso Milano, arrivato appositamente da Vigevano.
“Milano non è per tutti. Serve rispetto, non solo assistenza”
L’esperienza di Valentina Tomirotti solleva una riflessione più ampia sullo stato dell’accessibilità urbana, soprattutto in una metropoli che si presenta come moderna e inclusiva.
“Ogni volta che vengo a Milano è una sorpresa, e quasi mai in senso buono. Mi sento rara, diversa, pretenziosa. In che città mi trovo davvero? In quella internazionale e innovativa, o in quella che non ascolta gli altri?”
Per l’attivista, la narrazione patinata della città stride con la realtà quotidiana:
“La narrazione di Milano è violenta e sbagliata. Ho avuto la sensazione di non essere nemmeno vista, né considerata come individuo. C’è ancora l’abitudine a pensare alla persona con disabilità solo come a qualcuno da assistere, non come a qualcuno che può autodeterminarsi.”
Le sue parole colpiscono anche per il contesto: un viaggio organizzato per partecipare a un evento dedicato proprio all’inclusione e al linguaggio rispettoso.
Un paradosso che sottolinea quanto la disabilità sia ancora gestita più come un’emergenza che come una dimensione della normalità.
Accessibilità: tra retorica e realtà quotidiana
Milano, che si prepara a ospitare le Paralimpiadi 2026, è spesso indicata come modello di innovazione e apertura. Ma l’esperienza di Tomirotti mostra un’altra faccia della città: quella in cui la pianificazione urbanistica, i trasporti e l’accoglienza turistica non garantiscono ancora piena autonomia a chi vive una condizione di disabilità.
La mancanza di taxi accessibili e di camere attrezzate non è solo un problema logistico, ma un indice di esclusione sistemica, che si traduce in disuguaglianza di opportunità.
E mentre il discorso pubblico si riempie di parole come “inclusione”, “diversità” e “accessibilità universale”, la realtà concreta impone ancora percorsi ostacolati, prenotazioni anticipate, compromessi e attese.
“Bisogna alzare la mano e dire: ci siamo anche noi”
Nelle sue parole finali, Tomirotti riassume l’essenza del problema e la necessità di un cambio di prospettiva:
“Serve programmazione, serve consapevolezza. Bisogna alzare la mano e dire: scusate, ci siamo anche noi.”
Una frase semplice, ma che racchiude una denuncia potente: la disabilità non è un imprevisto, e l’inclusione non può dipendere dalla fortuna di trovare una stanza accessibile o un mezzo disponibile
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