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Crisi energetica: nei piani del governo la disabilità resta invisibile

Data di pubblicazione 8 Aprile 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

Cinque distributori, uno dopo l’altro. Vuoti, chiusi, fermi. Code che non avanzano, serbatoi che si svuotano, e quella sensazione che si insinua piano, familiare, quasi già conosciuta: ciò che per moltə è ancora uno scenario possibile, per altrə è già realtà.

Mentre il governo lavora a un piano di emergenza energetica, tra ipotesi di targhe alterne, razionamenti e limitazioni dei consumi, il racconto pubblico si concentra — comprensibilmente — sull’urgenza, sulla necessità di intervenire, sulla dimensione collettiva del sacrificio. Eppure, dentro questa narrazione, manca qualcosa di fondamentale: manca una parte di Paese che queste crisi non le immagina, ma le vive già.

Manca, ancora una volta, la parola disabilità.

Un piano pensato per chi può adattarsi

Le misure di cui si discute — ridurre gli spostamenti, limitare l’uso dei condizionatori, razionalizzare i consumi — si fondano su un presupposto implicito: che tuttə possano adattarsi allo stesso modo, che ogni corpo abbia margine, flessibilità, possibilità di rinuncia.

Ma non è così.

Per molte persone con disabilità, l’automobile non è una comodità, né una scelta tra alternative. È spesso l’unico mezzo di trasporto accessibile, costruito nel tempo attraverso pratiche lunghe, costose, complesse, fatto su misura per un corpo specifico. Non esiste un piano B, non esiste “l’altra macchina”, non esiste una sostituzione possibile.

In questo contesto, parlare di targhe alterne non significa chiedere un sacrificio condiviso, ma imporre una rinuncia che incide direttamente sull’autonomia: un giorno senza uscire, un giorno senza lavoro, senza cure, senza possibilità di attraversare lo spazio pubblico.

E se il carburante manca, la questione si fa ancora più concreta. Non si tratta semplicemente di rimandare un impegno, ma di non poter raggiungere una visita medica, di non poter lavorare, di non poter assistere o essere assistitə. È una catena che si interrompe, e quando si interrompe non lascia alternative.

Il corpo che il piano non vede

C’è poi un livello ancora più profondo, che riguarda il modo in cui queste misure vengono pensate: il corpo a cui si rivolgono.

Quando si parla di ridurre l’uso dei condizionatori, la narrazione è quella del piccolo sacrificio collettivo, dell’aggiustamento minimo che tuttə possono sostenere. Ma anche qui, quel “tuttə” è un’astrazione.

Esistono corpi per cui il caldo non è un fastidio, ma un rischio concreto. Corpi che non regolano la temperatura, che reagiscono al calore con ricadute neurologiche, che affrontano ogni aumento di temperatura come uno sforzo aggiuntivo, a volte insostenibile. Esistono persone con patologie respiratorie per cui l’aria diventa più pesante, più difficile da attraversare, più costosa in termini di energie.

E accanto a questi corpi, esistono strumenti che non possono essere considerati opzionali: carrozzine elettroniche da ricaricare, sollevatori, letti medicalizzati, dispositivi di comunicazione, ventilatori polmonari. In assenza di energia, non si riduce semplicemente un consumo: si mette a rischio un equilibrio quotidiano costruito con fatica.

La casa stessa, che dovrebbe essere uno spazio di protezione, può smettere di esserlo.

Una rete che funziona finché tutto regge

A tutto questo si aggiunge un elemento spesso invisibile, ma essenziale: la rete di cura.

Caregiver, operatori e operatrici sociosanitariə, medici e mediche a domicilio, tecnici e tecniche degli ausili. Una rete che ogni giorno si muove, si coordina, arriva dove serve, senza margini di errore e senza riserve.

Questa rete si regge su un equilibrio fragile, progettato per la normalità, non per l’emergenza. E si regge, anche, su qualcosa di molto concreto: la possibilità di spostarsi.

Quando il carburante manca, non si blocca solo la mobilità individuale. Si interrompe un sistema intero. Le assistenze saltano, le visite si rimandano, gli interventi si accumulano. E ciò che per moltə è un disagio temporaneo, per altrə diventa isolamento, interruzione della cura, rischio.

Un diritto che resta sulla carta

Esiste però un riferimento preciso che dovrebbe guidare ogni pianificazione: la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata anche dall’Italia, che stabilisce chiaramente la necessità di garantire protezione e inclusione nelle situazioni di emergenza.

Non si tratta di un principio generico, ma di un obbligo giuridico. Eppure, nei piani che stanno prendendo forma, questo sguardo sembra ancora mancare.

Non è una questione di dettagli. È una questione di impostazione.

Non tutte le crisi sono uguali

Quello che emerge, con sempre maggiore chiarezza, è che continuiamo a progettare le emergenze immaginando un corpo standard: autonomo, resistente, capace di adattarsi, di aspettare, di rinunciare temporaneamente senza conseguenze strutturali.

Ma non tuttə possono farlo.

E allora la differenza, quando la crisi si fa concreta, non è tra chi accetta un disagio e chi no. È tra chi rallenta e chi si ferma. Tra chi può riorganizzarsi e chi invece vede restringersi drasticamente il proprio spazio di vita.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dal riconoscere che l’emergenza non è uguale per tuttə, e che progettare senza tener conto di questa differenza significa, di fatto, lasciare indietro una parte di società.

E quella parte, oggi, non è invisibile. È semplicemente non considerata.

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