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Donne, disabilità e media: un libro contro stereotipi e silenzi

Data di pubblicazione 21 Aprile 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

C’è una doppia invisibilità che ancora oggi attraversa il racconto pubblico della disabilità: quella legata al genere e quella legata alla rappresentazione. Ed è proprio da qui che parte “Donne, disabilità e media – parole vs barriere”, il nuovo volume promosso da Giulia Giornaliste Sardegna, un lavoro collettivo che prova a scardinare un sistema narrativo ancora fortemente segnato da stereotipi, semplificazioni e linguaggi inadeguati.

A dirlo chiaramente è Francesca Arcadu, tra le voci del progetto: le donne con disabilità subiscono una discriminazione multipla, che si traduce spesso in un silenzio sistemico, capace di negare diritti fondamentali come autoaffermazione e autodeterminazione. Un silenzio che non è casuale, ma costruito nel tempo attraverso rappresentazioni parziali, quando non distorte.

Un libro per cambiare il modo in cui raccontiamo la disabilità

Il volume, curato dall’associazione guidata da Susi Ronchi, si articola in 24 capitoli e circa 150 pagine, proponendo uno sguardo multidisciplinare su come media, linguaggio e cultura contribuiscano a costruire — e spesso a deformare — l’immagine della disabilità.

Il punto centrale è netto: non sono le persone a essere “limitazioni”, ma è l’ambiente a produrre barriere. Una prospettiva che si inserisce nel cosiddetto modello sociale della disabilità, ormai riconosciuto anche a livello internazionale e promosso, tra gli altri, dalla Organizzazione delle Nazioni Unite attraverso la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

Il libro, in questo senso, non si limita a criticare: propone un vero e proprio cambio di paradigma. Al centro non ci sono gli “svantaggi”, ma i diritti; non la narrazione pietistica o eccezionalizzante, ma la complessità delle vite reali.

Linguaggio, potere e rappresentazione: le parole non sono neutre

Uno dei nuclei più forti del volume riguarda il linguaggio. Nell’introduzione, Serena Bersani, presidente nazionale di Giulia Giornaliste, mette in guardia da una rappresentazione mediatica che oscilla tra poli opposti ma ugualmente problematici:
da un lato il pietismo lacrimevole, dall’altro l’eroismo da copertina, passando per un sensazionalismo che finisce per rafforzare lo stigma.

Espressioni ancora diffuse come “affette da”, “diversamente abili” o “costretta in carrozzina” non sono semplici imprecisioni: sono dispositivi narrativi che spersonalizzano e riducono. La carrozzina, ad esempio, non è una prigione, ma uno strumento di libertà. Eppure il linguaggio continua a suggerire il contrario.

La questione non è solo terminologica. Come sottolinea Ronchi, il lessico è sostanza oltre che forma. Le parole non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla.

Intersezionalità: quando le discriminazioni si intrecciano

Un altro elemento chiave del libro è l’approccio intersezionale, oggi sempre più centrale anche nel dibattito internazionale su diritti e inclusione. Non esiste una sola forma di discriminazione: genere, disabilità, condizione socio-economica e salute mentale si intrecciano, producendo esperienze complesse che non possono essere raccontate in modo parziale.

In questo senso, il volume denuncia una pratica ancora diffusa nei media: quella di parlare “per conto di”, sostituendosi alle persone direttamente coinvolte. Oppure di interpellare una donna con disabilità esclusivamente su temi legati alla sua condizione, riducendone identità e competenze.

È qui che si produce una delle forme più sottili di esclusione: non l’assenza totale, ma una presenza filtrata, limitata, controllata.

Etica dell’informazione: il ruolo delle Carte deontologiche

Il libro richiama esplicitamente la responsabilità del giornalismo, facendo riferimento a strumenti fondamentali come la Carta di Olbia — nata proprio dall’impegno di Giulia Giornaliste Sardegna — e la Carta di Trieste, entrambe pensate per promuovere un’informazione più corretta, rispettosa e inclusiva.

Non si tratta di semplici linee guida, ma di veri e propri strumenti deontologici che pongono una questione di fondo: chi racconta ha una responsabilità. E questa responsabilità riguarda non solo ciò che si dice, ma come lo si dice e chi ha voce nel racconto.

Dai media tradizionali ai nuovi spazi digitali

Il libro si confronta anche con una trasformazione già in atto: la perdita di centralità dei media tradizionali quando non riescono ad aggiornare linguaggi e rappresentazioni.

Come sottolinea Ronchi, se i media insistono su terminologie obsolete e narrazioni distorte, rischiano di perdere autorevolezza, venendo progressivamente sostituiti da spazi digitali, social e piattaforme dove le persone con disabilità possono raccontarsi in prima persona.

È un passaggio cruciale: da oggetti narrati a soggetti attivi. Testimonianze dirette, senza filtri deformanti, che contribuiscono a costruire un’immagine più reale e complessa, avviando un processo di normalizzazione della disabilità.

Oltre il libro: una questione culturale

“Donne, disabilità e media – parole vs barriere” non è solo una pubblicazione, ma un intervento nel dibattito pubblico. Si inserisce in un contesto in cui la rappresentazione della disabilità è sempre più al centro di riflessioni accademiche, sociali e politiche, ma continua a scontrarsi con resistenze culturali profonde.

Il punto, in fondo, è semplice ma radicale: non si tratta di raccontare meglio la disabilità, ma di cambiare il modo in cui guardiamo alle persone.

E in questo processo, le parole — come ricorda il libro — non sono un dettaglio.

Sono il punto di partenza.

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