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l Salone del Libro Irene Vianello racconta la sordità

Data di pubblicazione 18 Maggio 2026
Tempo di lettura Lettura 6 minuti

Tra gli incontri più intensi e silenziosamente politici del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, quello con Irene Vianello ha lasciato il segno senza bisogno di retorica.

Nello Spazio Veneto dell’Oval, l’autrice ha presentato il suo libro Ho imparato a volermi bene, pubblicato da Abra Books: un racconto autobiografico che attraversa prematurità, sordità, ospedali, scuola, discriminazione e autodeterminazione.

Ma soprattutto, un libro che prova a raccontare la disabilità senza trasformarla né in tragedia né in favola motivazionale.

“Sono nata a gennaio invece che a marzo”

L’incontro si apre con la lettura di alcune pagine del libro.

Irene racconta di essere nata prematura, a gennaio invece che a marzo, con un peso di appena novecento grammi. Una nascita difficile che segna immediatamente l’inizio di un percorso medico lungo e complesso.

Eppure, nel racconto, non c’è rabbia.

Uno degli aspetti più particolari di Ho imparato a volermi bene è proprio questo: l’assenza di rancore. Irene non costruisce colpevoli, non cerca responsabili, non trasforma il dolore in vendetta narrativa.

-C’è stato il caso della vita-, emerge più volte durante l’incontro.

Il tono del libro resta umano, lucido, persino ironico in alcuni passaggi.

Imparare a “sentire con gli occhi”

Gran parte del racconto ruota attorno alla famiglia, soprattutto alla figura della madre.

Irene spiega di aver imparato da bambina a osservare attentamente il movimento delle labbra delle altre persone, per poi riprodurre quei movimenti toccandosi la bocca con le mani.

Un modo per costruire il linguaggio attraverso il corpo e lo sguardo.

-Mia madre si è ingegnata per farmi sentire con gli occhi-, racconta.

È una frase che sintetizza perfettamente il senso dell’incontro: la comunicazione non come automatismo naturale, ma come costruzione quotidiana fatta di attenzione, fatica e presenza.

Trentatré interventi chirurgici

Nel corso della presentazione viene affrontato anche il tema della malattia.

Irene riceve da bambina una diagnosi di colesteatoma bilaterale, una rara patologia dell’orecchio che la porterà ad affrontare trentatré interventi chirurgici nel corso della vita.

Durante una delle letture, viene raccontata la scena del medico che sceglie di chiamare proprio la sua famiglia tra molte altre presenti in ospedale. Un momento che i genitori vivono come il primo vero gesto di ascolto e riconoscimento.

Da lì inizia una lunga esperienza ospedaliera che il libro racconta in modo sorprendentemente asciutto.

Il dolore fisico, infatti, resta quasi sullo sfondo.

Irene racconta perfino con ironia le medicazioni dolorose a cui veniva sottoposta da bambina, quando i genitori erano costretti a tenerla ferma mentre i medici intervenivano sulle garze inserite nell’orecchio.

Poi aggiunge un dettaglio che colpisce profondamente il pubblico:
dopo ogni controllo riceveva una bambola in regalo.

Bambole a cui, però, tagliava o strappava le orecchie.

Le mie bambole dovevano essere come me.

Una frase semplice, quasi disarmante, che racconta meglio di qualsiasi teoria cosa significhi cercare sé stessi dentro un corpo percepito come diverso.

Quando la scuola confonde la sordità con l’incapacità

Una delle parti più dure dell’incontro riguarda il rapporto con la scuola.

Per anni Irene segue le lezioni leggendo il labiale delle insegnanti dal primo banco. Non può utilizzare apparecchi acustici, perché i continui interventi chirurgici rendono impossibile applicare una protesi.

Solo dopo le scuole medie, grazie all’evoluzione delle tecnologie, riesce finalmente a utilizzare un apparecchio acustico.

Ma il momento più violento arriva dopo l’esame di terza media.

Il preside convoca i genitori per suggerire che Irene venga inserita in una comunità dove svolgere lavori manuali. Per lui, la sordità coincide automaticamente con una limitazione intellettiva.

È probabilmente uno degli episodi che meglio raccontano quanto il problema, spesso, non sia la disabilità in sé ma lo sguardo sociale costruito attorno ad essa.

Ed è qui che Irene lancia una delle riflessioni più importanti dell’incontro:

Quando si mette addosso a un bambino l’etichetta di diverso, quell’etichetta rischia di restare per tutta la vita.

La lettera mai consegnata

Alla fine del liceo classico, un professore consegna a Irene una lettera destinata all’università.

Dentro quella lettera viene spiegata la sua sordità, quasi come una presentazione preventiva della sua condizione ai futuri docenti.

Lei decide di non consegnarla mai.

Si iscrive a Giurisprudenza senza comunicare nulla all’università e affronta da sola il percorso accademico fino alla laurea.

Il giorno della proclamazione diventa qualcosa di molto più grande di un traguardo universitario: un riscatto personale.

Non a caso, racconta, ogni primo aprile — giorno della laurea — viene ancora festeggiato insieme ai genitori come fosse un secondo compleanno.

Il presente e il nuovo intervento

Nel finale dell’incontro Irene parla anche della sua vita oggi.

Dice di sentirsi finalmente “nel posto giusto”, sia dal punto di vista personale che professionale. Ma racconta anche una nuova difficoltà medica.

L’ultimo intervento le ha portato un impianto cocleare che, però, non sta funzionando correttamente.-Mi mancano i suoni. Mi mancano i rumori-, dice.

Presto dovrà affrontare una nuova operazione per sostituire l’impianto.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più forti del libro: non costruire un finale perfetto.

Non esiste il momento in cui tutto “si sistema”.
Non esiste una guarigione narrativa definitiva.

Esiste piuttosto una continua negoziazione con il corpo, con il dolore, con il mondo esterno e con lo sguardo degli altri e delle altre.

Un racconto che evita il pietismo

Negli ultimi anni molte autobiografie sulla disabilità hanno finito per muoversi tra due estremi:

  • la tragedia
  • oppure la retorica della “persona speciale che ce l’ha fatta”

Ho imparato a volermi bene evita entrambe le direzioni.

Non cerca compassione.
Non cerca eroismo.
Non trasforma Irene in un simbolo.

Racconta piuttosto il percorso concreto di una donna che ha dovuto imparare, molto presto, a difendersi dalle aspettative.

E forse il punto più forte dell’incontro al Salone del Libro è stato proprio questo: ricordare che la disabilità non è automaticamente una lezione morale.

È una condizione di vita reale, complessa, faticosa.
E le persone disabili non hanno bisogno di essere idealizzate.

Hanno bisogno, prima di tutto, di essere ascoltate.

 

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