Associazione Volonwrite

Comunicazione Sociale sulla Disabilità

di Carmen “Nemrac” Riccato

Amici di Volonwrite, eccomi di nuovo tra voi. L’estate, lunga e intricata, si è chiusa con il festival di Venezia che, mai per me come negli ultimi anni, ha riservato qualche sorpresa nell’assegnazione dei premi finali. Luca Marinelli, con una dedica meravigliosa Luca Marinelli, ha meritatamente ritirato la coppa Volpi per la sua grande interpretazione da protagonista in Martin Eden di Pietro Marcello (di cui vi parlerò nelle prossime settimane). Il Leone d’Oro è invece andato a Todd Phillips per il suo Joker: è proprio da lui che ricomincerò il mio ciclo di visioni con voi, non prima di aver chiuso il cerchio del mio prologo dicendovi che secondo me i due premi andavano invertiti.L’interprete di Joker Joaquin Phoenix è, come si dice in gergo, in stato di grazia, alle prese con un personaggio stratificato ed intriso di una personalità dalle mille sfaccettature. Il film di Phillips è sulle sue spalle, in una trama che nella sua progressione risulta alquanto prevedibile, ma non per questo meno inquietante. Ripensando alle versioni degli ultimi quarant’anni del nemico di Bruce Wayne, quella di Nolan/Ledger è certamente la più stupefacente mentre questa, dal canto suo, mi trova impreparata nell’esercizio di definizione in un’ unica parola.

Arthur ha almeno quarant’anni e vive a Gotham con una madre che passa le sue giornate semi-inghiottita tra
la poltrona ed il letto, catalizzata dalla tv e dalle lettere adoranti che quasi ogni giorno scrive al sindaco Wayne, tra ricordi e desideri. Arthur lavora come clown, a giorni alterni, tra reparti pediatrici e feste di compleanno, impegnato senza sosta al numero comico con cui sogna di sbarcare il lunario; sua madre lo chiama Happy perché, se il destino è scritto nel nome, quello del nostro protagonista è proprio quello di far ridere.

Arthur, una volta a settimana, vede la psicologa, perché la sua storia è tutt’altro che illuminata dalla luce della spensieratezza ma figlia di abusi perpetrati per anni, senza soluzione di discontinuità. Di quel disagio ne affiora  traccia ogni volta che la sua risata scoppia come una miccia accesa che, inesorabile, detonerà una bomba. È proprio con la prima delle sedute psichiatriche che mi sono immedesimata con il personaggio, nelle sue mani sporche di nicotina ad immaginare le sue sigarette fumate fino al filtro, nel cercare un’evasione dalla realtà dolorosa in cui a far da padrone sono gli incessanti pensieri negativi.

Un giorno come tanti, uno dei suoi colleghi “freak” gli affida una pistola e tutto cambia: quello stesso strumento di morte lo allontana dall’ultimo scampolo di inclusione che il lavoro gli aveva concesso; ora quell’arma gli dona un nuovo spazio mentale: l’arma, e il senso di onnipotenza che porta con sé insieme all’evasione delle sigarette e la sospensione dei farmaci, lo conducono a compiere crimini. Paradossalmente, e successivamente all’atto criminale, segue sempre riti di accettazione della nuova realtà, quasi alla ricerca di un’unità corpo-mente che per tutto il resto del tempo manca.

Questo film è il viaggio dentro un universo interiore deleterio ed alteratissimo, ma ciò che rende veramente originale questa messa in scena è la capacità di far empatizzare con il protagonista, nel mio caso emersa solo dopo aver saputo del suo passato, senza dover per questo giustificare i suoi terribili ed arbitrari atti criminali. La creazione della giusta distanza tra personaggio e spettatore, che non tiene fuori della storia, al contempo propone una parabola talmente estrema da rendertela accettabile solo nel patto con la finzione (pur nella consapevolezza che i casi psichiatrici esistono anche se restano fuori dalla ribalta sociale).

Arthur è alla ricerca della propria Storia, del principio, di un’identità, di una figura paterna, di un argine per la sua risata incontrollabile traccia della sua sofferenza incomprimibile che, per lo spettatore, si trasforma in una cicatrice, in un informale monito sulla concatenazione causa-effetto delle azioni ed insieme un invito a scavare le radici di ogni gesto. Su una cosa il Joker ha ragione: la realtà è omologata e la coercizione è proposta come unica soluzione a personalità così estreme.

Per restare nel film, credo che codificare la negatività di un personaggio come il nemico di Wayne, in questa
versione, sia atto originale e coraggioso per riscoprire la matrice Umana di ogni Uomo, senza che questo
renda legittimo o giustificabile alcun atto criminoso.

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