Le visioni di Nemrac (DFF edition) – Sound of metal

di Carmen Riccato

SOUND OF METAL: COME IMPARARE A DIVENTARE TE STESSO

“Tu sorridi e io piango,

tu te ne vai e io ti amavo

il cielo è più puro laggiù sullo sfondo

I colori svaniscono tra quattro mura”

Ruben si presenta allo spettatore dietro e dentro la sua batteria, in un lavorio incessante di mani e piedi per un suono intero: quattro tempi di sudore e distorsione che le urla del pubblico non tacciono né depotenziano.

Vi ricordate il finale di Whiplash di Chazelle? Il protagonista Andrew, batterista Jazz alle prese con il suo personale Rachmaninov per batteria, a celebrare il proprio apice sotto gli occhi e il potere dominatore del suo maestro, artefice di quel momento irripetibile?

Ruben, il protagonista della storia di oggi, sembra l’incarnazione di tutti i demoni di Andrew e lo testimonia anche con il tatuaggio che troneggia sui suoi pettorali nudi, madidi di sudore ed impotenza: “please kill me”, primo indizio della storia di tossicodipendenza del nostro eroe, probabilmente a monito del tunnel d’uscita.

Davanti a lui, al centro del palco, c’è Lou, la ragazza di Ruben, la sua metà alle prese con la catarsi della ribellione creativa in versi colmi di rabbia, canalizzati in un’ armonia tutta interna che suona hardcore, per usare l’etichetta più accessibile e superficiale. Vivono così, Ruben e Lou: si sono trovati e liberati, grazie al reciproco amore, di ciò che li rendeva schiavi di una evasione chimica dalla realtà. Vivono in un camper, nido d’amore e di una sana routine per l’anima in guarigione.

Quando questa storia inizia sono in tour: una sera, Ruben molla le bacchette e si alza dallo sgabello. Non potendo far altro, perché gli acufeni hanno invaso la sua testa, deve respirare fuori e finalmente sputa la verità in un attimo di lucidità indifferibile. Guarda Lou e, con i suoi occhi “da gufo” spalancati nel buio della notte, dice: “Non sento più niente”. Dopodiché si chiudono nel camper e chiamano il loro sponsor Hector, che concede loro il placebo delle sigarette fino a quando non trova la soluzione.

La soluzione è a due giorni di strada: la comunità gestita da Joe, ex alcolista e sordo segnante, che gli offre una nuova casa e una possibilità di ricominciare con le orecchie che ormai sentono meno del 30% del Mondo. Per poter ricominciare ed imparare “come essere sordo” (il primo compito affidatogli da Joe), Ruben deve rinunciare al suo cuore: Lou se ne deve andare perché egli possa fare ordine nella sua testa e far spazio a questo cambiamento.

Ruben accetta, non può fare altro, non vuole tornare ad essere il tossico che era. La soluzione di Joe è tempestiva e funzionale a canalizzare l’irreversibilità del suo non udire. Il protagonista, però, ha anche un piano tutto suo: qualcuno gli ha detto che qualcosa si può fare ma che servono tanti soldi, solo allora potrà tornare da Lou.

Così, Ruben rinuncia alla propria voce per imparare che le mani sono ottime compensatrici per la condivisione del proprio sentire, a cui non occorre forzatamente attribuire delle parole: certi giorni significa tamburellare uno scivolo, altri giorni frantumare di rabbia una ciambella all’alba, al riparo dal Mondo.

Il piano di Ruben è lì, in un cassetto socchiuso dove Joe custodisce le chiavi del camper ed il suo cellulare. I soldi che gli servono sono quel camper, il nido del suo cuore, ma potranno fagli riconquistare il suo microcosmo di certezze. Così, una mattina come tante, lascia un biglietto a Joe promettendo di tornare il giorno seguente.

Il giorno seguente torna, con due profonde cicatrici a disegnargli la mappa della sua disabilità conclamata e a renderlo incarnazione umana dell’Uomo anfibio di La forma dell’acqua, con l’impianto cocleare a rappresentare le sue branchie per un Mondo plasmato di rumori senza ordine né nomenclatura.

Joe aveva avvertito Ruben: il suo problema non è nelle orecchie ma nella testa; per tornare a vivere occorre rimettere nuovo ordine alle cose e alle priorità per ritrovare uno scopo. Qual è allora il posto di Ruben, in un mondo che lo conosce scalatore del muro del suono, ora che il silenzio inquinato di sole frequenze disturbate gli ha penetrato l’animo ferito? È possibile trasformarsi in una soglia, dentro alla Realtà, scrivendo un nuovo margine con l’intersezione unico possibile spazio vitale?

Darius Marder debutta alla regia con una storia scritta con Derek Cianfrance che, probabilmente, avrebbe dovuto girare lui stesso. Il film sembra infatti il finale di una trilogia ideale proprio delle due maggiori opere dello stesso Cianfrance (Blue Valentine e The place beyond the pines).  Se, nelle due opere precedenti, la pacificazione dei personaggi sembrava o impossibile o appena palpabile nella sua volatilità, qui scrive un finale semplice, limpido e livido, forte come lo è solo l’acquisita consapevolezza della propria trovata identità.

La pace ha il sole del mattino sopra le cime degli alberi e, in fondo agli occhi, la tristezza dolorosa di ciò a cui si è dovuto rinunciare, perché un nuovo ordine potesse tratteggiare una Realtà nuovamente accessibile.

Sound of Metal è disponibile su Amazon Prime. Preparate le orecchie e il cuore perché, molto efficacemente, il regista sceglie di raccontare facendoci sentire il Mondo dalle soggettive uditive del protagonista, facendoci vivere il disagio che si trasforma in senso di non appartenenza fino al trovamento tragimagico della soluzione, l’unica possibile.

Sarà un viaggio tutto in salita ma l’epilogo vale tutta la sofferenza.