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EDITORIALE – Inclusione: siamo sicurə di sapere cosa significa?

Data di pubblicazione 11 Giugno 2026
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Viviamo in un’epoca in cui l’inclusione gode di ottima reputazione.

Tuttə la sostengono. Tuttə la promuovono. Tutti la inseriscono nei progetti, nei piani strategici, nelle dichiarazioni pubbliche. È difficile trovare qualcuno disposto a dichiararsi contrario all’inclusione.

Eppure, mentre la parola diventa sempre più popolare, le persone che dovrebbero beneficiarne continuano a raccontare ostacoli, esclusioni, discriminazioni e barriere.

Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere una cosa scomoda: l’inclusione non sta fallendo perché manca la volontà di farla. Sta fallendo perché troppo spesso viene pensata senza mettere in discussione il potere che produce esclusione.

Per anni abbiamo immaginato l’inclusione come un gesto di apertura. Un posto in più a tavola. Una rampa. Un servizio dedicato. Un progetto speciale. Tutte cose importanti, certo.

Ma c’è una domanda che raramente ci poniamo:

Chi ha costruito il tavolo?

Perché se il tavolo continua a essere progettato da pochə per tuttə lə altrə, il problema non è la mancanza di sedie. È il modo stesso in cui abbiamo deciso di organizzare lo spazio.

L’approccio anti-oppressivo nasce proprio da questa intuizione.

Ci invita a smettere di guardare soltanto le fragilità delle persone e a iniziare a osservare le fragilità dei sistemi.

Perché non sempre l’ingiustizia si manifesta attraverso un divieto o una discriminazione esplicita. Molto più spesso si nasconde dietro procedure apparentemente neutrali, regolamenti apparentemente oggettivi e linguaggi apparentemente innocui.

Quante volte una persona deve raccontare il proprio dolore per dimostrare di meritare un sostegno?

Quante volte deve certificare la propria fragilità per essere ascoltata?

Quante volte deve adattarsi ai servizi invece di trovare servizi capaci di adattarsi a lei?

La verità è che le istituzioni spesso chiedono alle persone di dimostrare di avere un problema prima di riconoscere che esiste un problema nel sistema.

Questo vale per la disabilità.

Vale per la povertà.

Vale per le persone migranti.

Vale per chi vive discriminazioni di genere.

Vale per chiunque si trovi in una posizione di minore potere.

E qui entra in gioco un’altra parola che continua a essere utilizzata molto e compresa poco: intersezionalità.

Non è un termine accademico da convegno.

È una constatazione elementare.

Le persone non vivono una sola identità alla volta.

Una donna con disabilità non vive la disabilità il lunedì e il sessismo il martedì.

Una persona migrante non sperimenta il razzismo separatamente dalla propria condizione economica.

La vita reale non procede per compartimenti stagni.

Le disuguaglianze si sommano, si rafforzano, si intrecciano.

Eppure continuiamo a costruire politiche, servizi e interventi come se ogni problema potesse essere affrontato isolatamente.

È probabilmente uno dei grandi limiti del nostro tempo.

Abbiamo imparato a classificare le persone molto meglio di quanto abbiamo imparato a comprenderle.

Forse per questo continuiamo a stupirci di fronte all’aumento delle fragilità sociali.

Forse per questo continuiamo a rincorrere le emergenze senza affrontarne le cause.

Forse per questo la parola inclusione rischia di trasformarsi, lentamente, in uno slogan.

E allora vale la pena tornare a una parola molto più antica e molto più esigente: dignità.

La dignità non è un progetto.

Non è un servizio.

Non è un finanziamento.

La dignità è il criterio con cui misuriamo la qualità di una società.

Una società è dignitosa quando non costringe le persone a dimostrare continuamente il proprio valore.

Quando non trasforma i diritti in concessioni.

Quando non considera l’accessibilità un favore.

Quando non chiede alle persone di adattarsi a ostacoli che potrebbero essere rimossi.

Quando riconosce che la partecipazione non è un premio per chi riesce a superare le barriere, ma una condizione che dovrebbe essere garantita a tutti e tutte fin dall’inizio.

Forse il punto non è costruire una società più inclusiva.

Forse il punto è smettere di costruire una società che continua a produrre esclusione.

Perché finché continueremo a concentrarci soltanto sulle persone che restano fuori, senza chiederci chi ha progettato la porta, rischieremo di chiamare inclusione ciò che, in fondo, è soltanto adattamento all’esistente.

 

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