Vai al contenuto

Valentina Tomirotti e la carrozzina elettrica: quando partire diventa una questione di fortuna

Data di pubblicazione 22 Settembre 2026
Tempo di lettura Lettura 10 minuti

Un viaggio in aereo può finire in discussione ancora prima di arrivare al gate. È quello che è successo a Valentina Tomirotti, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità, che nei giorni scorsi ha raccontato sui propri canali social quanto accaduto all’aeroporto di Bari al momento della partenza.

Secondo il suo racconto, il personale le avrebbe comunicato che non avrebbe potuto imbarcarsi a causa della batteria della sua carrozzina elettrica, ritenuta un possibile rischio per il volo. Una situazione che ha reso particolarmente paradossale l’episodio: la stessa carrozzina, con la stessa batteria e con la stessa compagnia aerea, era stata trasportata sul volo di andata appena 24 ore prima.

Di fronte al «non puoi partire», Tomirotti si è quindi trovata a dover chiarire le caratteristiche della propria carrozzina, recuperare la documentazione necessaria e attendere che venissero verificate le procedure applicabili. Alla fine è riuscita a partire, ma per lei il fatto non può essere archiviato semplicemente come un inconveniente risolto.

Perché il punto, come emerge dalla sua testimonianza, non riguarda soltanto la possibilità di trasportare una determinata batteria a bordo di un aereo. Riguarda la condizione di chi, ogni volta che viaggia con un ausilio indispensabile alla propria mobilità, rischia di dover dimostrare che quell’ausilio può essere lì.

La vicenda riporta così al centro una questione più ampia: quanto può essere realmente libero un viaggio quando la possibilità di partire dipende anche dalla preparazione e dall’interpretazione di chi si trova dall’altra parte del banco?

Per chi utilizza una carrozzina elettrica, infatti, non si tratta di un bagaglio ingombrante da organizzare, ma dello strumento attraverso cui potrà continuare a muoversi una volta arrivatə a destinazione. E quando quel dispositivo diventa improvvisamente “un problema”, anche un gesto ordinario come prendere un aereo può trasformarsi in una nuova negoziazione della propria autonomia.

Quando un ausilio diventa un problema

La batteria di una carrozzina elettrica non è un elemento che una compagnia aerea possa semplicemente ignorare. Il trasporto degli ausili alla mobilità è regolato da procedure specifiche, che tengono conto anche della tipologia di batteria utilizzata e delle norme relative alle merci pericolose.

La IATA, nelle indicazioni aggiornate per chi viaggia con ausili alla mobilità alimentati a batteria, specifica che le procedure possono variare in base al tipo di batteria e che il passeggero deve fornire alla compagnia informazioni come la capacità in wattora, il numero di batterie e l’eventuale possibilità di rimuoverle. Per alcune configurazioni sono inoltre necessarie verifiche o autorizzazioni da parte del vettore.

La questione della sicurezza, dunque, esiste ed è concreta. Ma proprio per questo dovrebbe essere affrontata attraverso procedure chiare e conosciute, non trasformarsi in un’incertezza che ricade interamente sulla persona che utilizza la carrozzina.

Nel caso raccontato da Tomirotti, il problema non sembra essere stato soltanto il controllo della batteria, ma il fatto che una questione tecnica sia arrivata a mettere in discussione la possibilità stessa di partire. Dopo essere stata informata che non avrebbe potuto volare, Valentina ha dovuto spiegare la situazione, cercare documenti e attendere che venisse individuata una soluzione.

È qui che una procedura di sicurezza rischia di assumere un significato diverso da quello per cui è stata pensata. Perché se una persona ha già comunicato le caratteristiche del proprio ausilio e si presenta in aeroporto con un viaggio regolarmente organizzato, non dovrebbe essere lasciata nell’incertezza su quale sarà l’esito del controllo.

La domanda, allora, non è se le regole sulla sicurezza debbano essere rispettate. Devono esserlo. La domanda è chi debba avere la responsabilità di conoscerle e applicarle correttamente.

Il diritto di volare esiste anche quando si usa una carrozzina

Il quadro normativo europeo parte da un principio preciso: le persone con disabilità e a mobilità ridotta devono poter utilizzare il trasporto aereo senza essere discriminate a causa della propria condizione.

Il Regolamento europeo 1107/2006 vieta alle compagnie aeree di rifiutare una prenotazione o l’imbarco per motivi legati alla disabilità o alla mobilità ridotta, salvo specifiche eccezioni. Il rifiuto può essere giustificato, per esempio, da requisiti di sicurezza stabiliti dalla legge oppure dall’impossibilità fisica di trasportare la persona a causa delle dimensioni dell’aeromobile o delle sue porte. In questi casi, la compagnia deve anche rendere disponibili le informazioni sulle proprie regole di sicurezza e sulle eventuali restrizioni applicabili.

Lo stesso regolamento include espressamente tra gli ausili alla mobilità le carrozzine elettriche. Prevede il loro trasporto, a determinate condizioni e con un preavviso di norma di almeno 48 ore, senza pregiudicare l’applicazione delle norme sulle merci pericolose.

Questo significa che una carrozzina elettrica non rappresenta un’eccezione al sistema del trasporto aereo: è un tipo di ausilio contemplato dalle regole.

Naturalmente, la presenza di una normativa non consente di stabilire automaticamente che ogni rifiuto o ogni difficoltà incontrata da un passeggero costituisca una violazione. Nel caso di Tomirotti, dal suo racconto pubblico non sono disponibili tutti gli elementi tecnici necessari per ricostruire esattamente la valutazione effettuata dalla compagnia sulla batteria.

Ma proprio questa distinzione rende ancora più evidente il problema: le procedure possono essere complesse senza che debbano diventare incomprensibili per chi viaggia.

Il paradosso di chi deve conoscere le regole meglio di chi le applica

Per una persona con disabilità, il viaggio in aereo può richiedere una quantità di preparazione che rimane completamente invisibile agli altri passeggeri.

Ci sono le richieste di assistenza, le comunicazioni alla compagnia, le caratteristiche tecniche della carrozzina, le informazioni sulla batteria e, in alcuni casi, documentazione aggiuntiva. Il regolamento europeo stabilisce che le esigenze di assistenza debbano essere comunicate, in linea generale, almeno 48 ore prima della partenza, proprio per permettere agli operatori di organizzare il servizio necessario.

Anche la IATA raccomanda ai passeggeri che viaggiano con ausili alimentati a batteria di contattare la compagnia con sufficiente anticipo e di avere a disposizione informazioni precise sull’ausilio e sulla batteria.

Tutto questo presuppone che il passeggero possa fare la propria parte e che il sistema faccia la propria.

Quando invece, una volta arrivati in aeroporto, le informazioni devono essere nuovamente spiegate, verificate o interpretate, il peso dell’organizzazione finisce per ricadere ancora una volta sulla persona con disabilità.

È una dinamica che produce una particolare forma di precarietà: non basta sapere che cosa prevede la procedura, bisogna anche essere preparatə a intervenire quando la procedura non viene riconosciuta immediatamente.

Per chi non utilizza una carrozzina, un controllo supplementare può rappresentare un ritardo o una seccatura. Per chi la utilizza, l’incertezza riguarda qualcosa di molto più concreto: la possibilità di arrivare a destinazione con il proprio ausilio e continuare a muoversi autonomamente.

Una carrozzina non è un bagaglio qualsiasi

La questione diventa ancora più evidente nel momento in cui la carrozzina viene separata dalla persona che la utilizza.

Durante il viaggio aereo, infatti, una carrozzina elettrica viene normalmente presa in carico dal personale aeroportuale e trasportata secondo le procedure previste. Per il sistema aeroportuale è un’attrezzatura da movimentare; per la persona che la utilizza è l’ausilio che le permetterà di uscire dall’aeroporto e muoversi una volta arrivata.

Questa differenza non è soltanto semantica.

Il danneggiamento di una valigia può comportare un disagio, anche significativo. Il danneggiamento di una carrozzina può invece compromettere concretamente l’autonomia della persona e impedirle di utilizzare il proprio ausilio fino a quando non verrà riparato o sostituito.

Non a caso, il Regolamento europeo prevede espressamente l’assistenza nella gestione degli ausili alla mobilità e stabilisce che, in caso di perdita o danneggiamento, debba essere previsto un risarcimento secondo le norme applicabili. È inoltre contemplata la possibilità di una sostituzione temporanea dell’ausilio, anche se non necessariamente con un dispositivo equivalente.

Il problema, però, non è soltanto ciò che accade quando una carrozzina viene danneggiata. È anche la consapevolezza, con cui molte persone con disabilità viaggiano, che un errore nella gestione del proprio ausilio può avere conseguenze molto più pesanti rispetto a quelle di un normale bagaglio.

Per questo la qualità dell’assistenza non è un dettaglio organizzativo. È parte della possibilità stessa di viaggiare.

Viaggiare non dovrebbe essere una prova di preparazione

La vicenda raccontata da Tomirotti mette quindi in luce una contraddizione più ampia. Da una parte esiste un sistema normativo che riconosce il diritto delle persone con disabilità e a mobilità ridotta a utilizzare il trasporto aereo e stabilisce obblighi precisi per aeroporti e compagnie; dall’altra, l’esperienza concreta può ancora essere caratterizzata da dubbi, comunicazioni contraddittorie e dalla necessità di spiegare ripetutamente la propria situazione.

Il punto non è chiedere che le regole vengano eliminate per rendere più semplice il viaggio.

Al contrario, le regole servono proprio a fare in modo che una situazione potenzialmente complessa possa essere gestita in maniera prevedibile. Se una batteria deve essere verificata, deve essere verificata. Se occorre una determinata documentazione, deve essere indicata in anticipo. Se esiste una procedura specifica per un determinato tipo di carrozzina, dovrebbe essere applicata in modo coerente.

Ciò che diventa problematico è quando la persona che deve usufruire del servizio si ritrova a dover svolgere anche il lavoro di chi dovrebbe conoscere il servizio.

Telefonare alla compagnia, comunicare le caratteristiche tecniche, preparare la documentazione e arrivare in aeroporto preparatə può essere necessario. Dover poi convincere il personale che la propria carrozzina può essere trasportata è un’altra cosa.

E soprattutto significa trasformare un diritto in una sorta di esame da superare ogni volta.

«Io non voglio essere fortunata quando viaggio»

È forse questa la parte più significativa della testimonianza di Valentina Tomirotti: il rifiuto dell’idea che la qualità di un viaggio debba dipendere dalla fortuna di incontrare la persona giusta.

Non dovrebbe essere necessario trovare l’addettə che conosce la procedura, chi sa leggere correttamente la documentazione della batteria o chi decide di fare una telefonata in più per risolvere un problema.

Non perché chi lavora in aeroporto non possa trovarsi davanti a una situazione complessa, ma perché la complessità di una procedura non dovrebbe diventare l’incertezza di chi ne dipende.

La normativa europea parla di assistenza, non di fortuna. Parla di accesso al trasporto aereo, di non discriminazione e di gestione degli ausili alla mobilità.

E allora la domanda che resta dopo il racconto di Valentina non è soltanto se, alla fine, sia riuscita a prendere quell’aereo.

È perché abbia dovuto arrivare al punto di dover dimostrare di poterlo fare.

Perché una carrozzina elettrica può avere una batteria che richiede procedure specifiche, ma non è un imprevisto comparso dal nulla in aeroporto. È parte integrante del viaggio e, soprattutto, della mobilità della persona che la utilizza.

L’accessibilità non consiste nel fare un’eccezione quando qualcuno riesce a spiegare abbastanza bene il proprio caso. Consiste nel costruire un sistema nel quale quella situazione sia già prevista, regolata e gestita.

Alla fine Valentina è partita. Ma il fatto che il viaggio sia proseguito non cancella il momento in cui quella partenza è stata messa in discussione.

Perché quando una persona con disabilità deve affidarsi alla preparazione di chi ha davanti per sapere se riuscirà a partire, la questione non riguarda più soltanto una batteria o una procedura aeroportuale.

Riguarda la distanza tra avere il diritto di viaggiare e poterlo esercitare senza doverlo continuamente rivendicare.

La carrozzina può essere ingombrante. Può richiedere attenzioni particolari. La sua batteria può essere sottoposta a precise regole di sicurezza.

Ma non è un problema da risolvere ogni volta che la persona che la utilizza entra in aeroporto.

È parte del viaggio. E dovrebbe essere trattata come tale.

Ritrova tutti gli articoli!

Seguici anche sui nostri social Facebook e Instagram!

Condividi:
Articoli correlati

Altri articoli che potrebbero interessarti