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Disabilità e istituti: quando la violenza viene normalizzata

Data di pubblicazione 25 Gennaio 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

C’è un’immagine che riesce, meglio di molte parole, a raccontare la violenza strutturale che attraversa l’istituzionalizzazione delle persone con disabilità. È la “casa della violenza”, elaborata dall’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA): una metafora potente, visiva, spietatamente chiara. Una casa in cui la violenza non è un incidente, ma il risultato di fondamenta solide, pilastri ben piantati e un tetto che protegge pratiche sistemiche di abuso.

Quella casa non descrive solo ciò che accade dentro gli istituti. Racconta soprattutto ciò che li rende possibili. E tra le fondamenta che la sorreggono ce n’è una particolarmente insidiosa: la normalizzazione della cultura istituzionalizzante.

Quando la violenza diventa “modo di fare assistenza”

La “casa della violenza” è stata presentata dalla FRA nel rapporto Luoghi di cura = Luoghi di sicurezza? Violenza contro le persone con disabilità negli istituti, pubblicato il 27 novembre 2025. Il messaggio è netto: l’istituzionalizzazione non è una risposta neutra o inevitabile, ma una pratica che produce e legittima violazioni dei diritti fondamentali.

Nella metafora della casa, le fondamenta della violenza sono tre:

  • l’invisibilità del fenomeno;
  • le norme sociali prevalenti;
  • la normalizzazione delle forme istituzionali di assistenza.

Sopra queste fondamenta si innalzano i pilastri: la mancanza di risorse, la scarsa consapevolezza dei propri diritti da parte delle persone con disabilità, l’inadeguatezza dei meccanismi di ricorso e risarcimento. Il tetto, infine, è costituito dalle manifestazioni concrete della violenza: dalla negligenza alla restrizione della libertà, dalla sovramedicazione alla violenza psicologica, fino alle forme più esplicite come contenzioni arbitrarie, violenza fisica e sessuale, sterilizzazione forzata.

Il punto cruciale è che la violenza non nasce all’ultimo piano. Nasce dalle fondamenta.

La posizione della FRA: nessuna ambiguità

Nella prefazione del rapporto, la direttrice della FRA, Sirpa Rautio, è chiarissima: la deistituzionalizzazione non è una delle possibili soluzioni, ma l’unica. Nonostante ciò, il rapporto registra una tendenza preoccupante: il numero di persone con disabilità che vivono in istituti non diminuisce, anzi in molti Paesi aumenta. Un dato che segnala un crescente divario tra la retorica dei diritti e la realtà delle politiche pubbliche.

Il rapporto adotta un approccio basato sui diritti umani, in linea con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e documenta sistematicamente le carenze degli Stati europei nella prevenzione della violenza e nella protezione delle persone più esposte. Le evidenze raccolte – attraverso analisi documentarie in 27 Paesi UE e ricerche qualitative in dieci Stati membri, tra cui l’Italia – mostrano come l’istituzionalizzazione sia un contesto ad alto rischio strutturale.

Il caso italiano: numeri che non lasciano scampo

In Italia, il quadro è tutt’altro che rassicurante. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sulle strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie, nel 2023 i presìdi residenziali attivi sono aumentati del 4,4% rispetto all’anno precedente, arrivando a quasi 13.000 strutture. Le persone istituzionalizzate sono oltre 385.000, in aumento del 6% rispetto al 2022.

Questi numeri crescono nonostante l’Italia abbia ratificato la Convenzione ONU con la Legge 18/2009 e nonostante il Comitato ONU abbia già raccomandato, nel 2016, di porre fine all’istituzionalizzazione. La dissonanza tra impegni formali e pratiche reali è evidente.

Ma c’è un elemento che rende questa dissonanza ancora più problematica: il ruolo di una parte dell’associazionismo delle persone con disabilità.

Quando la rappresentanza normalizza l’istituzione

Una parte significativa dell’associazionismo italiano continua infatti a proporre narrazioni che normalizzano l’istituzionalizzazione, presentandola come una risposta legittima, dignitosa, talvolta persino necessaria nei casi “più complessi”.

Si tratta spesso di organizzazioni che, negli anni, hanno investito nella creazione e gestione di strutture residenziali per supplire alle carenze del welfare pubblico. Un percorso storicamente comprensibile, ma che oggi entra in conflitto diretto con il quadro normativo e culturale delineato dalla Convenzione ONU e dalle Linee guida sulla deistituzionalizzazione del 2022.

Invece di ripensare il proprio ruolo, alcune di queste realtà mettono in discussione l’autorevolezza del Comitato ONU o sostengono che la Convenzione non sarebbe applicabile alle persone con disabilità intellettive, psicosociali o con bisogni di supporto elevato. Altre arrivano ad affermare – senza fondamento giuridico – che la Convenzione prevederebbe la “libera scelta” di vivere in istituti.

Queste narrazioni hanno un effetto preciso: rendono l’istituzionalizzazione socialmente accettabile, spostandola dal campo della violazione dei diritti a quello delle “soluzioni possibili”.

Conflitti di interesse e tavoli decisionali

Il problema si aggrava quando queste stesse organizzazioni siedono ai tavoli istituzionali, nazionali e locali, contribuendo a orientare le politiche pubbliche. Il Comitato ONU è esplicito nel vietare che soggetti con conflitti di interesse influenzino le decisioni in materia di deistituzionalizzazione. Eppure, in Italia, questo accade regolarmente.

Il risultato è un sistema che preserva equilibri consolidati, anche quando questi equilibri sono incompatibili con i diritti fondamentali delle persone con disabilità.

Di che violenza stiamo parlando?

La ricerca della FRA è dettagliata e inequivocabile. Le forme di violenza riscontrate negli istituti includono:

  • violenza fisica e sessuale;
  • sovramedicazione e trattamenti involontari, inclusa la terapia elettroconvulsivante;
  • uso arbitrario di contenzioni;
  • abusi psicologici e verbali;
  • sfruttamento economico e lavorativo;
  • negligenza e condizioni di vita degradanti;
  • isolamento e restrizione della libertà.

Le persone con disabilità intellettive e psicosociali, i bambini, le bambine e le persone anziane risultano particolarmente esposte. A queste violenze si aggiunge la sterilizzazione forzata, ancora oggi non riconosciuta ovunque come forma di violenza.

Come ha osservato Samuele Pigoni della Fondazione Time2, il quadro italiano restituito dal rapporto FRA è severo: mancano dati sistematici, i controlli sono spesso preannunciati, i meccanismi di reclamo non sono credibili e la formazione del personale è insufficiente. La vita quotidiana viene standardizzata, ridotta a routine.

Le fondamenta contano

La normalizzazione della cultura istituzionalizzante non è un’opinione neutra. È una scelta politica e culturale che legittima la violenza. Se l’istituzionalizzazione è essa stessa una forma di violenza – come afferma il Comitato ONU – allora chi la normalizza sta contribuendo a costruire le fondamenta su cui tutte le altre violenze diventano possibili.

Che a farlo siano soggetti che si presentano come rappresentanti delle persone con disabilità non è solo contraddittorio. È profondamente inquietante.

Perché quando la violenza diventa normale, smette di essere visibile. E quando smette di essere visibile, diventa sistema.

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