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Disabilità e nazifascismo: il Giorno della Memoria a Torino

Data di pubblicazione 26 Gennaio 2026
Tempo di lettura Lettura 4 minuti

Il Giorno della Memoria viene spesso raccontato come il ricordo di un orrore concluso, confinato nel passato. Ma la storia ci insegna che lo sterminio non nasce mai all’improvviso. Nasce molto prima, quando alcune vite vengono considerate meno degne, meno utili, meno umane.

Tra le prime vittime del nazismo e del fascismo ci furono anche le persone con disabilità motorie, cognitive e psichiatriche. Una persecuzione sistematica, a lungo rimossa dalla memoria pubblica, che rivela con chiarezza come la violenza istituzionale inizi sempre dalla normalizzazione dell’esclusione.

L’Aktion T4: la disabilità come “errore da eliminare”

Già prima della Shoah, il regime nazista avviò un programma di eliminazione delle persone definite “inermi”, “degenerate” o “indegne di vivere”. Il piano, noto come Aktion T4, portò all’uccisione di oltre 70.000 persone con disabilità tra il 1939 e il 1941.

Medici, funzionari e amministratori furono coinvolti in un processo che aveva una struttura apparentemente razionale: diagnosi, moduli, trasferimenti, decisioni prese “per il bene della società”. Bambini, bambine, adulte e adulti con disabilità intellettive, psichiatriche o fisiche furono rinchiusi in istituti e uccisi tramite camere a gas, iniezioni letali, fame e abbandono terapeutico.

Quel sistema non fu un’eccezione. Fu una prova generale. Le tecniche, il linguaggio e la burocrazia dell’Aktion T4 divennero il modello su cui si costruì lo sterminio nei campi come Auschwitz.

Fascismo, eugenetica e istituzionalizzazione

Anche in Italia, sotto il fascismo, la disabilità fu trattata come una deviazione da correggere o nascondere. Le leggi razziali del 1938, le politiche eugenetiche, l’internamento e la segregazione rafforzarono l’idea che alcune persone dovessero essere controllate, separate, rese invisibili.

L’istituzionalizzazione non era presentata come violenza, ma come cura. Come protezione. Come necessità. È proprio questa narrazione che la storia ci chiede oggi di smontare: la violenza più pericolosa è quella che si presenta come normale.

Perché questa memoria riguarda il presente

Ricordare le persone con disabilità uccise dal nazifascismo non è un esercizio di completezza storica. È una presa di posizione politica e culturale.
Quelle persone furono eliminate non solo per quello che erano, ma per ciò che rappresentavano in un sistema che misurava il valore umano in termini di produttività, autonomia, efficienza.

Le stesse logiche riaffiorano ogni volta che:

  • la disabilità viene trattata come un costo;
  • l’istituzionalizzazione viene normalizzata;
  • la cura viene ridotta a contenimento;
  • l’autodeterminazione viene negata “per il bene” della persona.

Per questo, il Giorno della Memoria è anche un giorno di attenzione sul presente.

Torino: una memoria che attraversa la città

In questo contesto, il programma del Giorno della Memoria a Torino assume un significato particolare. Non si limita a commemorare, ma prova a far parlare la memoria nei luoghi della vita quotidiana, attraverso un calendario diffuso di eventi fino al 31 gennaio.

Mostre, spettacoli teatrali, incontri e proiezioni raccontano storie spesso rimaste ai margini:

  • la deportazione degli Internati Militari Italiani, attraverso lettere, disegni e oggetti nati nei campi;
  • l’arte come forma di resistenza e sopravvivenza;
  • le persecuzioni dimenticate, comprese quelle contro persone considerate “inermi”, “asociali”, “devianti”;
  • le responsabilità collettive e istituzionali.

Le esposizioni al Polo del ’900, al Museo del Carcere Le Nuove, nelle biblioteche e negli spazi culturali cittadini non parlano solo di passato. Parlano di meccanismi, di come l’odio si organizza, di come la violenza diventa sistema.

Mostre, teatro e parole come strumenti di consapevolezza

Gli spettacoli teatrali e le proiezioni in programma affrontano direttamente il tema delle vite considerate sacrificabili: omosessuali, persone con disabilità, internati, oppositori politici. Raccontano cosa succede quando l’identità viene ridotta a una categoria e la persona scompare dietro un’etichetta.

Questi eventi non sono semplici appuntamenti culturali. Sono strumenti di educazione civica, occasioni per interrogarsi su come riconosciamo oggi l’umanità dell’altro.

Leggi tutto il programma qui.

Ricordare per non ripetere (davvero)

Il Giorno della Memoria non serve a dirci che “non succederà più”. Serve a chiederci come facciamo a riconoscere i segnali prima.
La storia delle persone con disabilità sotto il nazifascismo ci insegna che lo sterminio inizia quando l’esclusione viene normalizzata, quando la violenza viene travestita da cura, quando il silenzio diventa complicità.

Partecipare agli eventi, visitare le mostre, ascoltare queste storie significa assumersi una responsabilità: tenere viva una memoria che protegge il presente.

Ricordare oggi vuol dire scegliere da che parte stare.

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