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Insulti su atleti e atlete con disabilità: bufera su un eurodeputato

Data di pubblicazione 5 Febbraio 2026
Tempo di lettura Lettura 5 minuti

C’è una soglia che separa l’opinione personale dalla responsabilità pubblica. Quando viene superata, le parole non sono più soltanto parole: diventano atti politici. È quanto accaduto nei giorni scorsi, quando un deputato al Parlamento Europeo ha definito “loonies” – termine traducibile come “svitati”, “pazzoidi”, talvolta persino “idioti” – le atlete e gli atleti paralimpici con disabilità intellettiva, liquidando l’espressione come una battuta umoristica.

A pronunciare quelle parole è stato Fidias Panayiotou, eurodeputato cipriota eletto nel 2024, già noto come influencer. Le dichiarazioni sono state rilasciate nel corso di un podcast, durante una conversazione con il nuotatore paralimpico Loizos Chrysanthou. Il contesto informale non attenua la gravità dell’episodio. Al contrario, la rende ancora più significativa.

Il peso delle parole e il peso di chi le pronuncia

Il termine loonies non è neutro. Appartiene a una tradizione linguistica che associa la disabilità intellettiva alla follia, all’irrazionalità, alla perdita di valore sociale. È una parola che storicamente ha contribuito a giustificare esclusione, segregazione e violenza simbolica nei confronti delle persone con disabilità.

Usarla oggi, nel 2026, per riferirsi alle atlete e agli atleti paralimpici non è una provocazione ingenua. È la riproduzione consapevole di uno stigma che il Movimento Paralimpico e le associazioni per i diritti delle persone con disabilità combattono da decenni.

Ma il punto centrale non è solo linguistico. È istituzionale. Quando un rappresentante eletto utilizza un linguaggio offensivo, il danno non riguarda soltanto le persone direttamente colpite, ma l’intero spazio pubblico. Le parole pronunciate da chi siede nelle istituzioni contribuiscono a definire ciò che è accettabile, ciò che è tollerabile, ciò che può essere ridicolizzato senza conseguenze.

La reazione del movimento paralimpico e delle organizzazioni europee

La risposta è stata immediata e netta. Il Comitato Paralimpico Cipriota ha condannato duramente le parole dell’eurodeputato, definendole «offensive, denigratorie e stigmatizzanti per migliaia di persone», sottolineando come la questione non sia soltanto etica, ma profondamente politica e istituzionale.

Alla presa di posizione del Comitato si sono unite alcune delle principali organizzazioni europee per i diritti delle persone con disabilità: l’EDF (European Disability Forum) e Inclusion Europe, che rappresenta le persone con disabilità intellettiva a livello continentale.

Secondo queste organizzazioni, Panayiotou dimostra una grave mancanza di consapevolezza rispetto alle condizioni di vita, alle discriminazioni e alle battaglie quotidiane che coinvolgono oltre 20 milioni di cittadine e cittadini europei, comprese le elettrici e gli elettori che lo hanno votato. Il linguaggio utilizzato, ribadiscono, non può in alcun modo essere giustificato come ironico: è un insulto diretto alle persone, alle atlete e agli atleti, e al Movimento Paralimpico nel suo insieme, che da anni lavora per rendere visibile il valore umano, sportivo e sociale delle persone con disabilità.

Le richieste avanzate sono chiare: scuse pubbliche immediate e un impegno concreto a promuovere rispetto, diritti e inclusione, anziché alimentare stigma e pregiudizi.

Quando l’“umorismo” diventa una scorciatoia per discriminare

Invocare l’umorismo è una strategia ricorrente. Serve a spostare l’attenzione dalla violenza dell’espressione alla presunta suscettibilità di chi la subisce. Ma l’umorismo non è mai neutro, soprattutto quando colpisce gruppi già storicamente marginalizzati.

Ridere delle persone con disabilità intellettiva, e in questo caso delle atlete e degli atleti paralimpici, non è satira. È una forma di legittimazione del potere. Significa rafforzare una gerarchia in cui alcune vite vengono considerate meno degne di rispetto e quindi più facilmente deridibili.

Un problema che non riguarda solo Cipro

L’episodio non è isolato. Anche in Italia, negli ultimi anni, si sono verificati casi analoghi in cui termini offensivi legati alla disabilità sono stati giustificati come ironici o provocatori. Emblematico il caso del trailer del film Oi vita mia, in cui veniva utilizzata la parola “mongoloide” come insulto, difeso anch’esso come battuta.

Questi episodi rivelano un problema strutturale: la persistente difficoltà a riconoscere che alcune parole portano con sé una storia di violenza, segregazione e negazione dei diritti. Utilizzarle oggi significa riattivare quella storia, non sdrammatizzarla.

Linguaggio, potere e responsabilità democratica

Il linguaggio non è soltanto uno strumento di comunicazione. È un dispositivo di potere. Stabilisce chi è degno di rispetto e chi può essere ridicolizzato. Quando questo linguaggio proviene dalle istituzioni, il suo impatto si moltiplica.

Per questo motivo, il caso Panayiotou non può essere archiviato come una semplice gaffe. È un test sulla capacità delle istituzioni europee di farsi carico dei diritti di tutte le cittadine e di tutti i cittadini, incluse le persone con disabilità intellettiva.

Se le parole non hanno conseguenze, lo stigma diventa norma. E quando lo stigma diventa norma, la discriminazione smette di fare rumore.

C’è sempre meno da ridere

Definire “svitate” e “svitati” le atlete e gli atleti paralimpici con disabilità intellettiva non è soltanto un’offesa individuale. È un segnale culturale. Dice chi può essere deriso senza pagare un prezzo. Dice quali vite continuano a essere percepite come meno degne.

Per questo, di fronte a certe presunte “battute”, c’è davvero sempre meno da ridere. E sempre più bisogno di pretendere responsabilità da chi rappresenta milioni di persone nelle istituzioni europee.

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